L’Alfa Mi.To supera la Golf nella classifica di popolarità online

Questa settimana la classifica dei modelli auto più popolari online ha subito alcune sostanziali modifiche: la Mi.To passa al secondo posto (al primo sempre la Lancia Delta) mentre  la 147 fà un bel salto in avanti passando in 4° posizione rispetto alla 10° della settimana scorsa.

Il dettaglio si trova nella sezione Ricerche in pillole di BlogMeter.it

I ristoranti generano il maggior volume di WOM

La Harris Interactive ha recentemente rilasciato lo studio Equitrend 2008.  Si tratta di uno studio, realizzato già da 28 anni, che analizza la brand equity di oltre 1.000 brand nell’ambito di 39 categorie di prodotto, con lo scopo di fornire insight a proposito dei vari brand. Tra le unità di misura usate da Equitrend per definire la brand equity, ci sono: familiarità, qualità, intenzione d’acquisto, aspettative, distinzione e fiducia di ciascun brand.

Nell’ultima edizione la maggior parte della top ten è risultata costituita da brand alimentari: al primo posto si è posizionato il Ketchup Heinz, seguito dalle caramelle M&M’s e dai prodotti (latte e cioccolata) Hersheys. Al sesto ed ottavo posto della classifica di brand equity ritroviamo rispettivamente, i cerali Cheerios e la Kraft Foods. Al quinto posto le batterie Duracel e Discovery Channel al settimo.

Quest’anno però lo studio Equitrend si posto anche l’obiettivo di valutare i volumi di wom marketing relativi ad un brand ed in particolare: scoprire quali brand e quali categorie di prodotti avrebbero beneficiato di più dalla diffusione del word-of-mouth, quantificare il livello di WOM nell’ambito di una certa categoria merceologica e identificare i sotto-gruppi demografici con più probabilità di impegnarsi nel passaparola.

E’ risultato che alcuni prodotti generano  più word-of-mouth degli altri: in particolare i ristoranti generano il più maggior volume di WOM, seguiti dai prodotti per computer, dal cibo, dai dispositivi elettronici, alberghi e divertimenti.

Carol Gstalder, Senior Vice Presidente della Harris Interactive, ha spiegato la necessità di combinare le tradizionali analisi sulla brand equity con l’analisi del WOM, dicendo che “sta diventando sempre più importante capire a quali social network appartengono gli stakeholders e come funzionano [questi social network], per influenzare proattivamente la diffusione di brand experience positive e minimizzare le conseguenze negative”.

Le 50 autovetture piu’ discusse online questa settimana

Quali sono? Io lo so ma non ve lo dico :-)

Ok, ok…ve lo dico…leggete qui.

Nelle prossime settimane credo che vi aggiorneremo anche sui film piu’ caldi del mese….vero Davide? ;-)

La product experience genera word-of-mouth? Sicuramente più della pubblicità…

Secondo i dati della Nielsen CGM/Homescan Buzzfacts, la pubblicità e le promozioni sia online che sui media tradizionali spingono poche persone a postare o scrivere messaggi nei forum o nei loro blog: solo il 18% degli utenti ha affermato di citare nei propri blog o sui forum le promozioni dei prodotti. Quello che spinge davvero i consumatori a parlare dei prodotti è la “product experience”: infatti il 55% dei consumatori ha affermato di aver scritto a proposito di un prodotto che hanno usato e che li ha soddisfatti, mentre il 28% ha postato a proposito di un prodotto che hanno provato ma non li ha soddisfatti e avrebbero voluto un rimborso. Il 27% inoltre ha affermato di aver letto un commento su un prodotto e di aver risposto a questo commento.

La “product experience” riguarda sia la qualità del prodotto che del customer service, ha ricordato Pete Blackshaw, EVP di Nielsen Digital Strategic Services (DSS), il nuovo servizio, inaugurato con un seminario online su come usare i Consumer Generated Media per la brand advocacy.

Se il volume del word-of-mouth a proposito di un prodotto dipenderà dalla qualità del prodotto e del suo customer service, realizzare campagne virali con un prodotto cattivo o su caratteristiche deboli dell’azienda può essere un grosso rischio. Infatti gli user-generated-content (negativi) ottengono spesso un ottimo posizionamento sui motori di ricerca e quindi hanno sempre più il potere di incidere sulla profittabilità dell’utente e sul valore del brand e dell’azienda.

Secondo Blackshaw, quindi, bisogna presidiare l’advocacy del brand e qualunque componente dell’azienda deve essere coinvolto nell’ascoltare le conversazioni che si realizzano online, in modo da migliorare il customer service, fornire risposte veloci alle lamentele dei consumatori, identificare i loro bisogni e le nuove opportunità di prodotto. La Nielsen ha anche definito il  “Brand Advocacy Quotient” (BAQ), un indice ottenuto combinando i risultati ottenuti sia analizzando i CGM che i siti e i sondaggi, per determinare se e quanto i consumatori sostengono o denigrano un brand.

Per ottenere e mantenere una buona brand advocacy, le aziende dovranno essere oneste e trasparenti. Quelle che lo stanno già facendo hanno già ottenuti buoni risultati, anche dal punto di vista del ritorno economico, come dimostrato da una ricerca realizzata dall’Aberdeen Group e presentata da Jeff Zabin. Secondo questa ricerca, infatti, l’84% delle aziende che monitorano I social media e li integrano del processo di decision-making hanno visto migliorare anno per anno la customer retention, aumentando il ROI degli investimenti sui media e la capacità di predire il comportamento dei consumatori.

Ricerche in pillole: Il caso Speed Racer

Che il passaparola costituisca da sempre un fattore determinante per il successo di un film (ma anche di un libro oppure di una canzone) non è certo una novità.

Di nuovo c’è che oggi la “versione digitale” del passaparola, ossia quello che si diffonde online sulla blogosfera, le comunità dedicate (al cinema) ed i social network, può essere tracciata, misurata ed analizzata.

Insieme a ScreenWEEK, abbiamo sviluppato uno strumento di analisi del passaparola cinematografico online allo scopo di fornire agli operatori del settore un valido mezzo per leggere ed interpretare i segnali che si possono raccogliere all’interno dei social media italiani nei confronti di un film (ma ache di un home video) in uscita.

Per far comprendere meglio le potenzialità dello strumento, insieme a Davide Dellacasa, editore di ScreenWEEK, abbiamo deciso di inziare a pubblicare una serie di “ricerche in pillole” relative ad alcuni blockbuster di prossima uscita.

Per iniziare abbiamo scelto: Speed Racer (non esattamente un gran successo pare….)

Intervento a “Conversazioni dal basso” e la ricerca “I social media in Italia”

Finalmente trovo il tempo per ringraziare Fabio per avermi dato l’opportunità di confrontarmi, al workshop ”Conversazioni dal basso“, con altri due autorevoli specialisti come Vincenzo e Gianluca sui temi della misurazione e dell’analisi delle conversazioni online. Credo che il panel sia stato interessante sia per il pubblico che per i partecipanti (lo è stato sicuramente per me).

Qui potete trovare il video che documenta la prima parte dell’intervento

Qui tutti i video relativi alla conferenza (i primi 5 sono relativi al nostro panel)

 Il giorno prima la LaRiCA, organizzatrice dell’evento, aveva presentato la ricerca  ”I social media in Italia” volta  ad indagare l’utilizzo dei social media da parte degli italiani. 

Numeri chiave:

- Ci sono circa 3 milioni di blogger in Italia, il 57% dei quali aggiorna il blog almeno una volta a settimana

- Il 75% circa dei blogger hanno una età compresa tra i 18 ed i 29 anni

- Sono circa 10 milioni gli Italiani che hanno letto almeno una volta un blog

- 4,5 milioni di Italiani sono iscritti ad un social network come MySpace o Facebook

Il resto lo trovate qui sotto

 

 

Marco Varone su “Che cos’è un motore di ricerca semantico”

Vale la pena rilanciare e commentare questa intervista a Marco Varone su Punto Informatico, almeno per questa affermazione:

“Oggi non è pensabile un motore di ricerca (semantica) per tutto il web come Google – prosegue Varone – ma per alcuni settori, quando il problema non è troppo complesso e ci si limita ad un contesto specifico, è possibile implementare soluzioni che consentono di guadagnare tempo e ottenere risultati migliori”

Rispetto alle mirabolanti promesse di alcuni (powerset, hakia, lo stesso Varone in altri interventi) questo approccio ci riporta in un situazione un po’ più realistica.

Chi si occupa di linguistica o di intelligenza artificiale è abituato, infatti, a trovarsi a che fare con situazioni come questa: il problema è interessante ma è davvero molto complicato da risolvere, sarebbe bellissimo avere una soluzione universale che vada bene per tutte le istanze del problema, ci promettiamo che la avremo entro il prossimo anno (o lustro o secolo) e poi non riusciamo a farcela.

Di fronte a questi problemi che resistono alla soluzione, le reazione sono due. La prima è sfidare virilmente la difficoltà, affermando che il problema è risolvibile e basta risolverlo, ci vorrà tempo e denaro ma ce la faremo (addirittura alcuni dcono che è già stato risolto, ma di solito sanno che non è vero). La seconda è indebolire gli obiettivi e accontentarsi di risolvere il problema non nel caso generale, ma in alcuni (possibilmente tanti) casi particolari.

Leggi il resto dell’articolo

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