Google+ Eco: analizzare la diffusione di un link

Google+ il social network del gigante di Mountain View prova a colmare la distanza che lo separa da Facebook a colpi di innovazione. Molto interessante per chi si occupa di marketing e PR è la funzionalità Ripples, in italiano Eco, accessibile nel menu di tutti i post.

In pratica permette di visualizzare la diffusione di un post pubblicato su Google+ e capire quali sono stati i maggiori “untori”. Qui un esempio del passaparola sviluppatosi alla notizia della morte del leader nord coreano Kim Jong-il.

google+ eco

Qualche giorno fa Google+ Eco è stato ulteriormente potenziato fino a permettere l’analisi di qualunque link, anche esterno alla piattaforma Google+. Basta aggiungere un indirizzo alla fine di questa stringa https://plus.google.com/ripple/details?url= per capire chi l’ha condiviso. Utile vero?

A proposito di Cuil…

Una decina di giorni fa abbiamo assistito al trionfale ingresso di Cuil sulla scena dei motori di ricerca. L’accoglienza entusiastica riservata al nuovo, presunto, competitor di Google ha riguardato sia la dimensione del buzz online (una tale attenzione è stata riservata solo a eventi eccezionali quali le imprese della Carfagna…), sia quella dell’innovatività rivoluzionaria di Cuil (pronunciato cool) rispetto ai suoi predecessori.

Bisogna certamente riconoscere il successo della campagna di PR allestita attorno al nuovo motore di ricerca, basata su valori simbolici più che tecnici. Nella fattispecie, uno sfacciato dualismo con Google è stato l’espediente (poco creativo, ma molto efficace) che ha originato grande curiosità e WOM attorno a Cuil.

Società fondata da ex dipendenti di Google, indice tre volte più grande di quello di Google, interfaccia grafica simile a quella di Google (ma nera invece che bianca), tutti questi sono elementi a conferma di questa tesi, sostenuta anche da Richard MacManus su ReadWriteWeb.

Chiunque parlava di Cuil ancor prima di averlo provato, decantandone le capacità semantiche, le dimensioni dell’indice, l’originale pagina dei risultati. Presi, come spesso accade, dalla febbre della novità, pochi hanno appurato l’effettiva corrispondenza tra presunto e reale.

Sono bastati alcuni giorni e delle semplici prove di ricerca per raffreddare gli animi. Cuil è per ora un motore di ricerca assolutamente ordinario, con alcune features interessanti (ad esempio l’introduzione di clusters nella SERP – non proprio una novità, se pensiamo che Clusty li ha dal 2000), ma ancora tutto da verificare sotto i profili della rilevanza dei risultati e delle dimensioni dell’indice. Non da ultimo, Cuil deve ancora inventarsi un business model, dal momento che per ora non presenta risultati sponsorizzati, né può permettersi di creare dal nulla sistemi di online advertising, senza prima avere un certo numero di utenti fidelizzati.

Non vogliamo con questo presentare Cuil come un fuoco di paglia, sicuramente i margini di miglioramento esistono sotto tutti i punti di vista. Ma, come afferma in questo articolo David Berkowitz, per ora the safe bet is still on Google. Siamo d’accordo.

Google Adplanner e Trends for websites

Pare che Google stia per rilasciare, in forma gratuita naturalmente, uno strumento per la pianificazione di campagne online denominato Adplanner, che dovrebbe incrociare dati provenienti dal motore di ricerca con altre informazioni provenienti da terze parti (non meglio precisate) per determinare il profilo demografico di ogni sito web. Ciò dovrebbe aiutare le agenzie a scegliere i siti che sono più aderenti al loro target di riferimento indipendentemente da quello che dicono gli editori. Non oso pensare alle potenziali ripercussioni che la sua diffusione potrebbe avere sul mercato del internet planning!

E non è tutto, qualche giorno fà Google ha rilasciato anche (Google) Trend per Websites che permette di confrontare il traffico tra siti web diversi…provare per credere.

libero.it; alice.it; repubblica.it; yahoo.it

Unique Visitors Chart

 

Ricerca semantica, mito e realtà

Alex Iskold su ReadWriteWeb pubblica un interessante analisi delle nuove applicazioni di ricerca basate su “tecnologie semantiche”.

Gli elementi di interesse dell’articolo sono due: una chart che definisce il problema della ricerca “semantica”, e la conclusione, su cui torneremo dopo. Nella chart, che riportiamo qui:

Iskold definisce una gerarchia di problemi di ricerca, basata sulla loro complessità computazionale e sulla loro risolvibilità. La gerarchia è apprezzabile soprattutto perche’ afferma una cosa che ultimamente sembra essere un po’ sfuggita: i miracoli non si possono fare. I problemi non risolvibili da un computer restano non risolvibili da un computer, e alcuni problemi che rientrano nell’ambito dei problemi che le tecnologie semantiche sono chiamate a risolvere, rientrano appunto nel novero dei problemi non risolvibili, o risolvibili a tale prezzo che la loro soluzione è di fatto impossibile.

Ma il vero interesse del post è la conclusione: i nuovi player nell’arena della ricerca (poweset, hakia ecc.) commettono l’errore di sfidare google cercando di trovare risultati migliori. La verità è che spesso i risultati ottenuti con tecnologie sofisticate non sono enormemente migliori di quelli ottenuti con tecnologie meno sofisticate. La bottom line dovrebbe essere spostato la’ dove le tecnologie semantiche garantisco un effettivo valore aggiunto, ovvero nella presentazione dei risultati. La forza della semantica (usando il temine sia in quanto riferito all’analisi del linguaggio sia in quanto riferito al semantic web, ambiguità di cui abbiamo già discusso) è nella capacità di mettere in relazione contenuti e unità informative diverse, costruendo reti e percorsi concettuali di somiglianze, che sono impossibili con la ricerca basata esclusivamente su keywords.

Per i motori di ricerca semantici il rischio è apparire molto simili a google, ma con una tecnologia molto più costosa e onerosa. Infatti, se si gioca al gioco del motore di ricerca, con una text area e una pagina di risultati piatta, google vince sempre (anche soltanto per la sua invidiabile posizione di quasi monopolista). Se invece si fa un passo laterale e si sfida Google sulla user experience, allora c’e’ qualche speranza di fare meglio. Il passo laterale consiste nel tornare a definire il caso d’uso, che non è tanto trovare (ovvero cercare con successo), ma esplorare, mettere in relazione, approfondire i risultati.

Per ridefinire il caso d’uso è necessario ripensare alle interfacce utente degli strumenti di ricerca come strumenti di esplorazione che aiutino e supportino l’utente in un percorso di soddisfazione del suo bisogno informativo.

A BigG non interessa il linguaggio naturale: “ci interessa il significato delle parole”

L’intervista a Peter Norvig, Director for Search Quality di Google, pubblicata sulla MIT Technology review, ci fa capire due cose:

  1. BigG non crede alle query in linguaggio naturale (NLP)
  2. E’ più facile parlare di NLP quando si sa di cosa si sta parlando

Google, non crede alle query in linguaggio naturale, non pensa, come Powerset, Hakia e qualche altro che l’information retrieval si debba trasformare in question answering per avere successo:

we don’t think it’s a big advance to be able to type something as a question as opposed to keywords. Typing “What is the capital of France?” won’t get you better results than typing “capital of France”

Contemporaneamente però:

We think what’s important about natural language is the mapping of words onto the concepts that users are looking for [...] But understanding how words go together is important. To give some examples, “New York” is different from “York,” but “Vegas” is the same as “Las Vegas,” and “Jersey” may or may not be the same as “New Jersey.”

In effetti è proprio di questo, non di question answering, che si occupano i linguisti: di come certe relazioni di significato sono veicolate da certe espressioni linguistiche (e non da altre).

Tutto sommato è bello sapere che la più grande azienda al mondo che manipola, analizza, indicizza espressioni linguistiche (contenute in alcuni miliardi di documenti creati da alcuni milioni di esseri umani) sa esattamente che cosa sta facendo, e forse sta facendo la cosa giusta.

Nota a margine: Il lancio su slashdot di questa intevista in 24 ore ha accumulato quasi 150 commenti: l’argomento indubbiamente piace.

Google Knol: abbiamo tutti un conflitto di interessi, perché negarlo?

La nascita di di Knol ha fatto scalpore.

Knol, annuciato il 12 dicembre sul blog ufficiale di Google, è un servizio di condivisione della conoscenza (pare che “knol” stia per “knowledge”) in cui, sotto l’egida di BigG, gli utenti possono creare e condividere informazioni. Un po’ come Wikipedia, ma integrata nella piattaforma Google, compresi AdSense e revenue sharing tra Google e chi scrive gli articoli.

Tra gli altri, Techcrunch ci è rimasto male. Nel post di venerdì Duncan Riley si chiede se il nostro motore di ricerca preferito non ha fatto, questa volta, il passo troppo lungo. L’argomento è un classico esempio di argomento da conflitto di interessi: se Google pubblica contenuti user generated e poi li indicizza, fatalmente darà loro una notevole rilevanza. In questa maniera Google cessa di essere una parte terza dedicata a fornire risultati della migliore qualità possibile, e diventa anche lui un fornitore di contenuti. E’ chiaro che se il principale punto di accesso a tutti i contenuti online (ad oggi Google controlla il 65% delle ricerche negli Stati Uniti) diventa a sua volta un creatore di contenuti, qualche interrogativo è lecito porselo. Questo è vero per tutti i tipi di contenuti, non soltanto per articoli di tipo “enciclopedico”.

Tuttavia l’argomento di Techcrunch mi sembra un po’ fragile. Da una parte non vedo come si possa chiedere a Google di non entrare in certi mercati (quando per esempio Yahoo e MSN lo fanno da un po’), dall’altro non si vede perché Google dovrebbe peggiorare la search experience dei suoi utenti soltanto per portare traffico a Knol e portarlo via da Wikipedia.

Come al solito, quando si muove Google, tutti quanti se ne accorgono. Chissà cosa succederà il giorno in cui annunceranno di avere ottenuto una vera intelligenza artficiale (Larry Page lo aveva quasi fatto, in effetti) …

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