Ma i blog si possono considerare davvero un social media?

Ethan Klapper in questo articolo su SocialMediaToday si chiede se i blog possono essere considerati un social media e che differenza c’è tra i blog e i giornali online.

Secondo l’autore, i blog, sebbene siano un importante luogo di interazione sul web, non possono essere considerati un social media in quanto sono  degli strumenti sostanzialmente unidirezionali, dove uno o pochi autori controllano la maggior parte del contenuto,  lasciando ai lettori solo l’interazione attraverso i commenti. Questa asimmetria, secondo Klapper, spingerebbe gli utenti a conversare più su social network come Twitter o FriendFeed che sui blog (fenomeno di cui abbiamo già parlato ampiamente nei post precedenti).

I blog, quindi, potrebbero essere considerati più simili ai tradizionali siti di informazione online, in quanto non è difficile che un giornale online usi i feed rss/atom, che ogni articolo online permetta i commenti e che ci sia la possibilità di segnalarlo sui vari siti di socialbookmarking, proprio come accade per i blog.

L’unica differenza fondamentale che Klapper individua tra i due tipi di siti è il fatto che i blog sono generati dagli utenti mentre i giornali no. Tuttavia distinguere blog dai giornali attualmente è difficile, sia per quanto riguarda gli autori (un giornalista può scrivere indifferentemente su un quotidiano online e su un blog d’opinione) che per lo stile di presentazione (un post di un blog user generated ha lo stesso formato di un articolo su un giornale). Inoltre gli utenti dichiarano di apprezzare i contenuti prodotti da blog come TechCrunch almeno quanto gli articoli degli washingtonpost.com.

Quindi, secondo questo articolo, i blog sono uno strumento molto versatile che può essere confuso sia con i social media che con i giornali online, perciò Klapper non si sbilancia a fare un’affermazione conclusiva (rimandandola al prossimo lustro).

E voi cosa ne pensate?  I blog rientrano tra i social media o sono più simili ad un giornale online? Oppure è ancora troppo presto per distinguerli?

La product experience genera word-of-mouth? Sicuramente più della pubblicità…

Secondo i dati della Nielsen CGM/Homescan Buzzfacts, la pubblicità e le promozioni sia online che sui media tradizionali spingono poche persone a postare o scrivere messaggi nei forum o nei loro blog: solo il 18% degli utenti ha affermato di citare nei propri blog o sui forum le promozioni dei prodotti. Quello che spinge davvero i consumatori a parlare dei prodotti è la “product experience”: infatti il 55% dei consumatori ha affermato di aver scritto a proposito di un prodotto che hanno usato e che li ha soddisfatti, mentre il 28% ha postato a proposito di un prodotto che hanno provato ma non li ha soddisfatti e avrebbero voluto un rimborso. Il 27% inoltre ha affermato di aver letto un commento su un prodotto e di aver risposto a questo commento.

La “product experience” riguarda sia la qualità del prodotto che del customer service, ha ricordato Pete Blackshaw, EVP di Nielsen Digital Strategic Services (DSS), il nuovo servizio, inaugurato con un seminario online su come usare i Consumer Generated Media per la brand advocacy.

Se il volume del word-of-mouth a proposito di un prodotto dipenderà dalla qualità del prodotto e del suo customer service, realizzare campagne virali con un prodotto cattivo o su caratteristiche deboli dell’azienda può essere un grosso rischio. Infatti gli user-generated-content (negativi) ottengono spesso un ottimo posizionamento sui motori di ricerca e quindi hanno sempre più il potere di incidere sulla profittabilità dell’utente e sul valore del brand e dell’azienda.

Secondo Blackshaw, quindi, bisogna presidiare l’advocacy del brand e qualunque componente dell’azienda deve essere coinvolto nell’ascoltare le conversazioni che si realizzano online, in modo da migliorare il customer service, fornire risposte veloci alle lamentele dei consumatori, identificare i loro bisogni e le nuove opportunità di prodotto. La Nielsen ha anche definito il  “Brand Advocacy Quotient” (BAQ), un indice ottenuto combinando i risultati ottenuti sia analizzando i CGM che i siti e i sondaggi, per determinare se e quanto i consumatori sostengono o denigrano un brand.

Per ottenere e mantenere una buona brand advocacy, le aziende dovranno essere oneste e trasparenti. Quelle che lo stanno già facendo hanno già ottenuti buoni risultati, anche dal punto di vista del ritorno economico, come dimostrato da una ricerca realizzata dall’Aberdeen Group e presentata da Jeff Zabin. Secondo questa ricerca, infatti, l’84% delle aziende che monitorano I social media e li integrano del processo di decision-making hanno visto migliorare anno per anno la customer retention, aumentando il ROI degli investimenti sui media e la capacità di predire il comportamento dei consumatori.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.