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Il futuro della musica è social?

Il 15 giugno Virgin ha chiuso anche l’ultimo dei megastore di NY, segnando simbolicamente la fine della “golden age” della musicale su supporto fisico.

Un evento inevitabile e assolutamente prevedibile.
Da tempo ormai la musica è  fruita in formato digitale e online viene scambiata, ascoltata e acquistata. Nonostante le difficoltà legate alla pirateria, l’acquisto in rete rappresenta oggi un business in grado di generare un discreto guadagno ad artisti e case discografiche, che solo da iTunes hanno fino a oggi guadagnato 4 miliardi dollari.

Tuttavia, i modelli di fruizione della musica sono in continua evoluzione e rischiano oggi di mettere in crisi iTunes e lo stesso concetto di possesso della musica.

In un articolo su Wired, Eliot Van Buskirk riprende una ricerca Forrester, in cui si analizza l’evoluzione del consumo musicale e il ruolo dei Social Media Network nel futuro dell’industria.

Le questioni affrontate sono principalmente due:

  • lo streaming è in grado di rimpiazzare del tutto l’effettivo acquisto?
  • è possibile monetizzare la “social music”?

Le internet radio e i  servizi di streaming online, come Last.fm, Pandora,  Youtube, Myspace rendono possibile l’ascolto di pressochè ogni genere e artista gratuitamente o quasi (es. dal 30 marzo Last.fm richiede un pagamento di 3 euro mensili) .
Lo sviluppo di sistemi di “streaming on the go” come quelli forniti attraverso i mobile data packages e iPod Touch potrebbe rendere il possesso del brano musicale meno rilevante ma certo non sostituirlo del tutto.
Mulligan, autore della ricerca,  ritiene che i fan musicali attivi sui Social Network siano esperti, “engaged”, e persino più propensi a comprare musica degli alti consumatori. Per questo la maggior parte delle radio online integra un servizio d’acquisto, tramite iTunes o Amazon.

Secondo la ricerca Forrester le possibilità di monetizzazione della Social Music muovono però in un’altra direzione e sono destinate a migliorare significativamente. In che modo?
Attraverso la pubblicità.

Sui social media gli utenti si autosegmentano indicando i propri gusti, anche musicali, e rendendo così molto più semplice la targetizzazione del messaggio da parte dei pubblicitari.

Sembra quindi che la musica abbia trovato la via da percorrere per sopravvivere nell’era digitale.
Resta il fatto che abbonamenti e pubblicità non saranno comunque sufficienti a coprire i costi che la grandi case discografiche impongono ( nemmeno Google può)  e con ogni probabilità saranno incapaci di riportare l’industria agli anni ‘90 quando tutti compravano i CD per rimpiazzare i dischi e le cassette.


I social media si devono evolvere…verso le persone

I social media hanno cambiato per sempre il modo di interagire degli utenti, ma attualmente non sono ancora  del tutto capaci di soddisfare i bisogni delle persone. Basti pensare al fatto che la diffusione dei social media porta con sé, come abbia già detto negli ultimi post, una gran quantità di rumore (informazione poco utile, ridondante, ecc), tanto che per ogni applicazione si progettano filtri che aiutino a gestire il sovraccarico di informazione.

Le capacità fondamentali dei social media, quella di mettere in connessione e fornire informazioni, alle persone sono intaccate dall’incapacità degli utenti di organizzare le loro esperienze online e di ottenere da loro informazioni significative. Per questo, su Read&Writeweb, si parla di come  i social media dovranno evolversi in modo da creare un’esperienza olistica che parli alle persone in modo diverso. Ecco i punti salienti dell’articolo:

  1. Poichè i social media riguardano le persone, non bisognerà più rivolgersi a utenti, acquirenti o clienti, ma alle persone nella loro interezza con interessi, gusti e percezione globali. Infatti gli utenti online ricercano sempre di più connessioni significative, possibilità di esprimere se stessi e comunità ricettivae con cui interagire che dovranno offrire esperienze di interazioni complete agli utenti. Questo comporterà la necessità di individuare tecniche di segmentazione basate sul comportamento, capaci di tener conto dell’evoluzione dei bisogni degli utenti e di basarsi sul contesto dei social media.
  2. Non sarà sufficiente aggiungere nuove applicazioni ai social media, si dovrà creare valore reale per le persone ad esempio permettere loro di gestire il proprio network di relazioni sociali indipendentemente dalla piattaforma o di discutere di topic significativi in tempo reale.
  3. Favorire la convergenza tra piattaforme e social media diversi, cioè la possibilità di aggregare più flussi informativi, sarà un elemento determinante, come dimostrato dalla crescita di Friendfeed (nonostante la scarna interfaccia).
  4. Non basterà unificare l’interazione tra più social network, ma sarà necessario costruire un’esperienza attraverso più piattaforme, come permette di  fare dell’ Iphone e come hanno intenzione di realizzare Google con Android e Palm. Gli utenti, infatti, hanno bisogno di soluzioni che mettano insieme il web, la telefonia mobile e l’interazione dal vivo.
  5. Le persone dovranno poter creare, unirsi, cercare dei social network che permettano loro di avere esperienze significative online. Ad esempio con la creazione di social network specifici su argomenti con estrema semplicità, come permette di fare Ning, che si basa sull’idea di riunire l’altissima possibilità di replica permessa da internet intorno a specifici argomenti.
  6. Anche i pubblicitari potranno ottenere significativi vantaggi in termini di revenue se si impegnaranno a capire chi sono gli utenti che interagiscono sui social media. In questo modo, infatti, potranno ottenere informazioni su nicchie ben segmentate di utenti e ottenere migliori risultati, come realizzato dalla startup israeliana Nuconomy, che grazie allo studio del targer ha ottenuto un click through dalle sei alle nove volte più alte delle campagne non targetizzate.
  7. Saranno necessarie piattaforme che permettano di mettere ordine nelle informazioni già a disposizione degli utenti: ad esempio la possibilità di taggare i video, di archiviare le conversazioni, di fare ricerche più rilevanti.
  8. I social media si diffonderanno sempre di più tra gli utenti (non solo gli early adopters, come insegni il caso di Facebook) fino a diventare mainstream, non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo, spingendo le aziende ad occuparsi delle specificità di ciascun Paese.
  9. Anche le professioni nell’ambito dei social media dovranno cambiare: saranno necessarie persone capaci di pianificare e realizzare interazioni all’interno e tra piattaforme diverse in modo da mettere in relazione prodotti, servizi, ma soprattutto le persone.
  10. Solo grazie a tutti questi cambiamenti si arriverà ad una fase di maturità dei social media in cui questi investimenti saranno anche fruttuosi: aumenterà la pubblicità personalizzata su ciascun utente, la diffusione di prodotti gratuiti, la suddivisione delle revenue tra partner strategici e un aumento dell’importanza del social engagement online.

Innovative companies that are able to listen to these needs and deliver products based on them will not only survive but thrive in the coming months and years as people eagerly advance on the inviting waters of the new social alchemy.

Condividiamo.

p.s. a proposito di nuovi social media…anche in Italia stanno nascendo alcuni social network molto  interessanti…oggi vi segnaliamo mammecheblog.com (vietata ai single!)

Come usare i social media per parlare con i consumatori

In un periodo di recessione come quello che stiamo attraversando, quando gli investimenti vengono tagliati, i social media hanno la possibilità di dimostrare di essere di essere un modo conveniente di vendere ai consumatori. Tuttavia per farlo è necessario agire con attenzione, perché un tentativo inaccurato di un’azienda di generare buzz online può suscitare violente reazioni negative. Come accaduto ad esempio alla Johnson & Johnson, che con il video pubblicitario del Motrin rivolto alle mamme, ha suscitato molti commenti negativi via twitter, tanto da costringere l’azienda a scusarsi pubblicamente.

Secondo Brian Keeler, vice president della VShift, la credibilità e la partecipazione attiva dei consumatori alle azioni di marketing sono le chiavi vincenti per una strategia di comunicazione sui social media. Ad esempio, per quanto riguarda la credibilità, la Dell ha dedicato un team di 40 persone all’interazione con i consumatori sui blog, forum e social network, ma anche su siti esterni. Come ha spiegato Caroline Dietz, Dell ha iniziato ad occuparsi dei social media lo scorso anno, perchè si è accorta che i clienti online parlano dell’azienda e dei loro prodotti e non hanno potuto lasciarsi sfuggire l’occasione di partecipare alla discussione. Grazie a Twitter, ad esempio, Dell afferma di aver venduto pc per un valore di $500,000 (chissa come avranno fatto a calcolarlo)

Possono esserci altre modalità per interagire con i social media, come quelle di NetApp, che, investendo il 20% del suo budget di PR nei social media, ha invitato i suoi dipendenti a bloggare su siti esterni a proposito dei loro prodotti.

Secondo il blogger Dave Taylor, attualmente, uno dei modi più efficienti per fare pubblicità sui social media consiste nel fornire un nuovo prodotto ad un blogger per una prova: una valutazione negativa può nuocere molto al prodotto, ma il sostegno da parte di un blogger importante può diventare un potente strumento di marketing. Come realizzato ad esempio dalla Seagate Technology, che oltre ad aver aperto account sui maggiori social media, ha sponsorizzato Robert Scoble per ottenere delle recensioni a proposito dei loro prodotti.

Tutti questi esempi mostrano che, sebbene le aziende possano spaventarsi all’idea di entrare attivamente nei social media e perdere il controllo della comunicazione che li riguarda, nell’attuale panorama in cui la comunicazione e l’accesso alle informazioni sono sempre più facili, non ci sono possibilità di evitarlo (trust me!)

Google Adplanner e Trends for websites

Pare che Google stia per rilasciare, in forma gratuita naturalmente, uno strumento per la pianificazione di campagne online denominato Adplanner, che dovrebbe incrociare dati provenienti dal motore di ricerca con altre informazioni provenienti da terze parti (non meglio precisate) per determinare il profilo demografico di ogni sito web. Ciò dovrebbe aiutare le agenzie a scegliere i siti che sono più aderenti al loro target di riferimento indipendentemente da quello che dicono gli editori. Non oso pensare alle potenziali ripercussioni che la sua diffusione potrebbe avere sul mercato del internet planning!

E non è tutto, qualche giorno fà Google ha rilasciato anche (Google) Trend per Websites che permette di confrontare il traffico tra siti web diversi…provare per credere.

libero.it; alice.it; repubblica.it; yahoo.it

Unique Visitors Chart

 

Optimum Content Score, uno standard (non standard!) per la misurazione dei social media

In questo post KD Paine ricorda che per l’analisi dei social media, come per tutte le altre forme di comunicazione, non può esistere uno standard per la loro misurazione, in quanto il tipo di strumento da usare dipende dagli obiettivi specifici che l’azienda si è posta. Ad esempio un’azienda che vuole migliorare la relazione con i clienti dovrà misurare l’engagement, mentre un’altra azienda che vuole incrementare le vendite potrà considerare il numero di prodotti venduti. Quindi si dovrà decidere di volta in volta che cosa misurare e con quali strumenti.

KD Paine, pertanto, propone un strumento non-standard per la misurazione dei media, denominato Optimum Content Score (OCS). Esso funziona sia per i media tradizionali che per quelli online e permette di tracciare i progressi nel tempo o rispetto ai competitor.

L’OCS richiede che si definisca la forma di comunicazione ideale: lo spot tv o radiofonico, il post o il tweet capace, ad esempio, di caratterizzare positivamente o di posizionare favorevolmente un particolare brand. Il criterio per definire il miglior contenuto deve essere scelto di volta in volta per ogni caso specifico e KD Paine ne mostra alcuni:

  • La visibilità: quanto è visibile il brand nella comunicazione (spot/post/ecc) considerata?
  • La predominanza: quante volte il brand viene menzionato? è predominante o è solo citato ?
  • Il messaggio: la comunicazione contiene uno o più messaggi chiave o un presenta un messaggio negativo che non si vorrebbe associare al brand?
  • Il posizionamento: il messaggio analizzato posiziona il brand favorevolmente rispetto a temi rilevanti per i consumatori?
  • Chi è citato: sono citate delle affermazioni dei rappresentati dell’azienda?
  • Il tono: il fruitore della comunicazione ha più o meno probabilità di interagire/supportare l’azienda?
  • La tipologia di conversazione, per la quale KD Paine ha proposto una classificazione con 26 (di cui parlavamo già qui), adesso aggiornata con l’aggiunta dei sondaggi tra i tipi di comunicazione possibili.

Una volta definite il “contenuto ottimale”, è necessario individuare anche il suo esatto opposto, cioè qual è la tipologia di comunicazione che non si vorrebbe mai vedere associata al proprio brand. In questo modo dopo aver definito i due estremi, si ha a disposizione una scala da -1 a +1 lungo la quale collocare, a seconda del loro contenuto, i vari messaggi riferiti all’azienda. Facendo la media dei punteggi ottenuti in un periodo (mese/settimana) per un’azienda e dei suoi competitor si può avere velocemente un trend di chi ottiene risultati migliori o peggiori in un certo settore.

Facebook cambia look ed introduce la possibilità di votare le pubblicità

Facebook ha recentemente introdotto la possibilità per gli utenti di votare, positivamente o negativamente, le pubblicità presentate nella barra sinistra dei profili. Per la pubblicità di brand che vuole costruire una relazione con l’audience, le votazioni possono essere più utili del click through per capire i risultati, in termini di awareness, della campagna pubblicitaria.

Tuttavia la maggior parte della pubblicità presentata nella sidebar è costituita da “social ads“, che spesso possono essere di cattiva qualità e poco interessanti (annunci personali, offerte di prestiti, ecc.) per gli utenti del network. Questo sistema di voti, quindi, potrebbe aiutare a migliorare la qualità dalla pubblicità presentata su Facebook.

Facebook, inoltre, sta organizzando grandi cambiamenti, come la delicata operazione del re-design delle pagine dei profili.  Le nuove pagine saranno organizzate in tab: ci sarà una tab per il minifeed, una per le informazioni più stabili, una specifica per le foto e per ciascuna applicazione. In questo modo le informazioni relative ad un utente saranno suddivise in varie pagine, con il conseguente aumento delle pageviews.

La nuova versione, come anticipato da adage, semplificherà le pagine, permettendo di proteggere meglio la privacy degli utenti, la barra di ricerca sarà posizionata nella parte centrale della pagina (magari per ottenere delle revenue anche dalle ricerche), non ci saranno distinzioni tra i tag associati dal proprietario delle foto da quelli inseriti dagli altri visitatori.

Peter Corbett, CEO di iStrategyLabs,  a proposito di questi cambiamenti, si chiede se essi possano rendere Facebook il “sistema operativo del social web“.

Nell’ambito di questo processo di rinnovamento, infine, bisogna riconoscere a Facebook di aver tempestivamente informato gli utenti dei cambiamenti e di sollecitarne continuamente i feedback.

Controllare o coltivare le conversazioni?

I marketers devono “possedere” o è sufficiente che “coltivino” le conversazioni riguardanti i loro prodotti o servizi? Questa è la domanda che emerge leggendo l’ articolo di Kristina Knight su BizReport.

L’autrice riprende le considerazioni espresse dal venture capitalist Mark Kvamme, partner della Sequoia Capital, nell’ambito dell’ultima Conferenza dell’American Association of Advertising Agencies Digital, a New York.

Secondo Kwamme, i marketers dovrebbero “own the conversation” (tra consumatori): dal tipico spot televisivo di 30 secondi ai nuovi formati online. Infatti la maggiore preoccupazione delle aziende dovrebbe essere quella di capire come far interagire i brand con i consumatori, in un mondo in cui i consumatori decidono dove, come e quando interagire con i media. Le aziende, quindi, dovrebbero focalizzarsi sul possesso della conversazione tra i consumatori, usando tutti gli strumenti digitali disponibili.

Per interagire con gli utenti, le aziende, infatti hanno molteplici possibilità: possono invitarli, porre loro delle domande, intrattenerli o creare insieme del contenuto, al fine di ottenere la soddisfazione dei clienti, perché se gli utenti si annoiano o sono contenti del servizio ricevuto, possono con molto facilità abbandonare il sito.

Pertanto Kwamme consiglia alle aziende di essere creative ed originali, di creare dei nuovi format pubblicitari, con i quali i consumatori possano interagire e nei quali i confini tra contenuto e pubblicità siano sfumati.

Alcuni degli esempi di formati pubblicitari innovativi, indicati da Kvamme, sono stati: Funny or Die, un sito che permette ai visitatori di creare i propri trailer personalizzati, usando spezzoni dei nuovi film appena usciti, e Stardoll, che ha realizzato e venduto milioni di Playbrands, abiti digitali di marca per le bambole virtuali.

Inoltre un altro suggerimento alle aziende è stato quello di sfruttare le potenzialità dei motori di ricerca visivi, come ad esempio Searchme, in modo che la creatività possa far leva anche sui video e le immagini, oltre che sui testi.

Infine Kvamme ha mostrato particolare attenzione per i blog, perchè sempre più persone si informa online sui blog ritenuti più affidabili. Pertanto le aziende potrebbero individuare i blog più seguiti dal loro target di riferimento e trovare un modo per entrare in contatto con l’audience di quel blog con varie iniziative, come ad esempio la sponsorizzazione del blog.

Sebbene tutte le proposte di Mark Kvamme siano interessanti ed originali, la questione che un’azienda debba possedere tutte le conversazioni sembra poco convincente: le conversazioni non appartengono a nessuno, ma tutti possono parteciparvi, anche le aziende, per gestire il valore del loro brand. Voi che ne pensate?

Blogging2.0 e una blogosfera che cambia

Mark Evans in questo post fa delle ipotesi sui cambiamenti che potrebbero verificarsi nella blogosfera, in seguito alla diffusione dei servizi che permettono agli utenti di commentare i post in siti diversi dal blog su cui è stato originariamente postato il contenuto (di cui abbiamo già parlato qui).

Duncan Riley si riferisce a questi cambiamenti, che permettono di portare avanti le conversazioni tra vari blog e servizi, con il termine blogging2.0 e afferma, che sebbene per gli autori dei blog non sia facile accettare la perdita del controllo sul proprio contenuto, gli utenti preferiscono avere una piattaforma che favorisce la partecipazione alla conversazione, ad esempio commentando sui siti terzi rispetto al blog.

Louis Gray afferma che i blogger capaci di adattarsi ai cambiamenti otterranno i risultati migliori: gli autori più attivi tra le varie community e che partecipano attivamente ai servizi dove si creano molte relazioni, come Twitter, Friendfeed, Shyftr or Facebook, saranno i più visibili e otterranno engagement nel nuovo panorama online.

Tuttavia secondo Evans questa nuova situazione renderà più difficile la nascita e la sopravvivenza di servizi di blogging professionali capaci di generare dei guadagni dalla pubblicità. Infatti se i contenuti vengono fruiti dagli utenti attraverso i nuovi servizi come FriendFeeder, senza passare per il blog, questo comporterà una riduzione delle pageview sul blog, con conseguenti perdite di attrattività per la pubblicità e minori di possibilità di guadagno attraverso AdSense.

Anche se la qualità del contenuto sarà sempre molto importante per generare traffico nei blog, Evans prevede delle modifiche nel modo di scrivere: i blog rivolti ad un gran numero di persone non si prestano a post molto approfonditi, che richiedono molto tempo per essere scritti. Per generare molto traffico su un blog sarà necessario, invece, scrivere molti post capaci, spesso non molto dettagliati, ma capaci di attrarre un’audience molto variegata.

Infine sarà necessario dare un valore aggiunto agli utenti che decideranno di leggere i post direttamente dal blog, invece che dal lettore di feed o dai servizi di aggregazione di notizie, ad esempio mostrando interessanti spunti da leggere nelle barre laterali del template.

La product experience genera word-of-mouth? Sicuramente più della pubblicità…

Secondo i dati della Nielsen CGM/Homescan Buzzfacts, la pubblicità e le promozioni sia online che sui media tradizionali spingono poche persone a postare o scrivere messaggi nei forum o nei loro blog: solo il 18% degli utenti ha affermato di citare nei propri blog o sui forum le promozioni dei prodotti. Quello che spinge davvero i consumatori a parlare dei prodotti è la “product experience”: infatti il 55% dei consumatori ha affermato di aver scritto a proposito di un prodotto che hanno usato e che li ha soddisfatti, mentre il 28% ha postato a proposito di un prodotto che hanno provato ma non li ha soddisfatti e avrebbero voluto un rimborso. Il 27% inoltre ha affermato di aver letto un commento su un prodotto e di aver risposto a questo commento.

La “product experience” riguarda sia la qualità del prodotto che del customer service, ha ricordato Pete Blackshaw, EVP di Nielsen Digital Strategic Services (DSS), il nuovo servizio, inaugurato con un seminario online su come usare i Consumer Generated Media per la brand advocacy.

Se il volume del word-of-mouth a proposito di un prodotto dipenderà dalla qualità del prodotto e del suo customer service, realizzare campagne virali con un prodotto cattivo o su caratteristiche deboli dell’azienda può essere un grosso rischio. Infatti gli user-generated-content (negativi) ottengono spesso un ottimo posizionamento sui motori di ricerca e quindi hanno sempre più il potere di incidere sulla profittabilità dell’utente e sul valore del brand e dell’azienda.

Secondo Blackshaw, quindi, bisogna presidiare l’advocacy del brand e qualunque componente dell’azienda deve essere coinvolto nell’ascoltare le conversazioni che si realizzano online, in modo da migliorare il customer service, fornire risposte veloci alle lamentele dei consumatori, identificare i loro bisogni e le nuove opportunità di prodotto. La Nielsen ha anche definito il  “Brand Advocacy Quotient” (BAQ), un indice ottenuto combinando i risultati ottenuti sia analizzando i CGM che i siti e i sondaggi, per determinare se e quanto i consumatori sostengono o denigrano un brand.

Per ottenere e mantenere una buona brand advocacy, le aziende dovranno essere oneste e trasparenti. Quelle che lo stanno già facendo hanno già ottenuti buoni risultati, anche dal punto di vista del ritorno economico, come dimostrato da una ricerca realizzata dall’Aberdeen Group e presentata da Jeff Zabin. Secondo questa ricerca, infatti, l’84% delle aziende che monitorano I social media e li integrano del processo di decision-making hanno visto migliorare anno per anno la customer retention, aumentando il ROI degli investimenti sui media e la capacità di predire il comportamento dei consumatori.

Internet Trends 2008

Morgan Stanley ha recentemente pubblicato Internet Trends 2008 (disponibile in pdf qui).

Questa ricerca fà il punto delle tendenze più importanti sul web, soffermandosi sulle loro conseguenze economiche. Le modifiche più importanti che si sono registrate lo scorso anno sono riconducibili a 9 ambiti:

  • Usage Patterns: sono diminuite le differenze tra il traffico consumer e quello business, anche gli utenti hanno a disposizioni connessioni veloci e sicure.
  • Social Networking: si sono definitivamente affermati i social network, nella top list dei siti più visitati (secondo Alexa) entrano YouTube, Facebook e Orkut, rispettivamente al secondo, al sesto posto e decimo posto, mentre Myspace risale dal settimo al quinto posto. Gli analisti di Morgan Stanley si sono chiesti perché MySpace scende e Facebook cresce? Secondo il report la crescita di Facebook si spiega grazie alla pubblicità meno invadente, ad una migliore organizzazione dei profili utenti e dei loro contatti, alla possibilità di personalizzare la piattaforma pubblicitaria e all’ accessibilità attraverso i dispositivi mobili. Inoltre è risultato che i social network sono preferiti dai giovani tra i 16 e i 24 anni, mentre chi ha più di 44 anni continua ad usare prevalentemente l’e-mail per mantenere i propri contatti.
  • Widget-ization + Component-ization: sono sempre più diffusi i widget delle applicazioni più varie che permettono agli utenti di personalizzare i loro blog o profili sui social network.
  • Recessione: molti fattori (dalla crisi dei subprime negli Stati Uniti all’aumento del costo degli alimentari) hanno portato alla recessione (le stime di crescita del PIL per il 2008 sono scese all’1.1%). Gli analisti si attendono che la recessione metterà a dura prova le aziende che lavorano su internet, incalzate non solo dalla recessione ma anche dalla concorrenza delle aziende offline.
  • Measurability + Transparency + Customer Satisfaction: nella fase di recessione la misurabilità, la trasparenza e la customer satisfaction saranno degli elementi determinanti per la sopravvivenza delle aziende.
  • Video: un segnale della sempre maggiore importanza dei video è il fatto che Youtube ha raggiunto 258 milioni di visitatori unici. Pertanto gli analisti Morgan Stanley lo definiscono un nuovo tipo di portale verticale che attraverso i video organizza l’informazione mondiale la rende universalmente accessibile.
  • Monetization: se da una parte Google e Yahoo! hanno ottenuto circa il 61% dei ritorni della pubblicità online degli US, dall’altra si deve notare che i due maggiori motori di ricerca hanno dovuto distribuirli ai loro partner quali AOL, la CNN, ecc
  • Mercati emergenti: lo studio ha registrato la grande crescita del mercato cinese. La Cina, oltre ad essere diventata lo stato con il maggior numero di linee telefoniche, telefoni cellulari, carte di credito e tv via satellite, ha anche raggiunto gli Stati Uniti al primo posto per il comparto TMT. Secondo la ricerca realizzata da Morgan Stanley, l’Italia per il 2006 si posiziona al decimo posto tra i Paesi con il comparto TMT (tecnologia media e telecomunicazioni) più sviluppato, perdendo due posizioni rispetto al 2004, sorpassata da Brasile e Russia.
  • Mobile: grazie alla tecnologia wireless sono state realizzate molte nuove applicazioni: dalla Nintendo Wii allo Skype Phone. Entro il 2012 ci si attendono oltre 68 milioni di utenti mobile, grazie sia dalla diffusione dei dispositivi portatili che della rete 3G.

Il resto lo trovate nel report che consiglio di leggere in quanto costituisce una miniera d’oro di dati ed informazioni.

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