Fashion camp e stiletto contest: è arrivata la nostra Kodak slice!

In una busta color crema e con un bligliettino di accompagnamento scritto a mano, è arrivata. Da oggi  Yodameter sarà fotografato con una bellissima KodaK Slice touchscreen e super social.

Le analiste Blogmeter ringraziano di cuore Fashion Camp che ci ha assegnato il premio dello Stiletto contest, KodaK e Michele di Ketchum Italy.

Gossip economy, passaparola e reputazione su Radio 24

Martedì 1 giugno Sacha Monotti è intervenuto nel programma Italia in controluce di Radio 24, parlando di gossip economy, monitoraggio della reputazione online e possibili azioni correttive.

Per chi fosse interessato, qui il podcast (l’intervento è nella  seconda parte del programma).

Buon ascolto!

Auto: alcune iniziative di digital marketing 2010

Sempre più i brand di auto scelgono la strada del web 2.0 per comunicare le ultime novità ai propri appassionati, lanciare concorsi specifici e attirare pubblico sulle loro pagine web.

Alcuni esempi tra i più recenti:

Fiat: la casa automobilistica ha coinvolto i suoi blogger “official Fiat Yamaha team cars”,   in un viaggio a bordo delle Fiat 500 verso le mete più affascinanti del Giappone.  Si poteva seguire il percorso dei bloggers  anche seguendo la cronaca alternativa del viaggio tramite gli aggiornamenti di status di Marco Massarotto.

Fiat ha inoltre lanciato il concorso a premi online “C Mistery” , invitando i partecipanti a risolvere il mistero della scomparsa di Juliette per aggiudicarsi la vincita di una Fiat 500 e altri premi in gettoni d’oro.

Renault:  gli utenti sono invitati da Renault a provare la nuova Twizy Z.E su The Sims e vivere un’ esperienza virtuale, guidando un’auto elettrica nella città di The Sims.

Per tutti gli appassionati del mondo Renault, il brand ha anche introdotto la Renault TV in lingua inglese e la fan page su Facebook “Be Glorious. Be Gordini”: l’iscrizione alla pagina da’ la possibilità di partecipare al consorso per vincere diversi premi tra cui una Twingo Gordini Renault Sport.

Citroen:  ha lanciato via web il gioco a premi su scala europea DS3 “Just One” , concorso internazionale di fotografia con in palio la possibilità di guidare la nuova DS3 per un anno intero.

Citroen arriva anche su Facebook con la community “Citroen Car together now”: nella prima edizione Citroen ha regalato ai fan un buono sconto sull’acquisto di una nuova Citroen C3.

Ford: il marchio statunitense ha saputo ben sfruttare il potere del web 2.0 creando un brainstorming collettivo per trovare idee geniali sulle nuove tecnologie “da avere a tutti i costi”.

Lancia: la casa automobilistica presenta la sua web community Lancia TrendVisions, un laboratorio di ricerca per scoprire le mode del momento, il futuro  del design, del fashion e del lifestyle.

Queste sono solo alcune delle tante iniziative presenti sul web: conoscete altre iniziative che legano brand auto e web 2.0? Aspettiamo anche i vostri suggerimenti!

Il Post, FriendFeed e la diretta della DirNaz del PdL

Dopo neanche una settimana dal lancio de Il Post, l’esperimento editoriale guidato da Luca Sofri, le sue iniziative divengono già conferme evidenti delle potenzialità “politiche” dei social network e del livello di partecipazione permesso dal web 2.0.

Il profilo friendfeed de Il Post è attivo dal 18 aprile – da prima del lancio della nuova testata, di cui ha seguito tutti i passaggi. Tuttavia il vero lancio è stato certamente sancito dall’iniziativa di ieri: la redazione del Post ha invitato gli utenti di friendfeed a commentare in real time la diretta della Direzione Nazionale del Pdl, facendo registrare la cifra record di quasi 2900 commenti.

A mediare il buzz istantaneo segnato da  battute sagaci  è lo stesso Luca Sofri, che diventa a tutti gli effetti  il moderatore del “dibattito parallelo” fra gli utenti di FriendFeed:

E’ bastato riportare le citazioni dei politici in tempo reale a mantenere alto il ritmo dei commenti:

E sembra davvero di essere lì, al dibattito, anche (e soprattutto) quando qualche utente posta commenti al limite dell’istantaneità colloquiale:

La grande partecipazione a iniziative  2.0 a tema politico come questa (o come quella di “Rai per una notte” della quale abbiamo parlato qua) evidenziano quanto l’interesse per l’informazione politica e la voglia di partecipare siano molto forti. Infatti, dopo il successo di ieri, il nuovo invito del Post a commentare insieme il dibattito elettorale britannico ha già ottenuto quasi 200 commenti.

Nella speranza che il dibattito politico e non divenga una best practice diffusa, buon lavoro alla redazione de Il Post.

Perchè ci s’iscrive a Linkedin?

Oltre 30 milioni di persone usano LinkedIn per vari motivi di lavoro, ma fin a quando questo social network non ha adottato una policy che permettesse ai ricercatori di fare dei sondaggi tra i suoi membri, non si sapeva molto su di loro . Il primo studio demografico e psicografico sugli utenti di LinkedIn è stato appena realizzato dalla Anderson Analytics, in collaborazione con LinkedIn e la società di text-minig SPSS.

I ricercatori, su un campione di 70.000 persone, hanno sottoposto ad 800 di essi un questionario online di 10 minuti, dal qual hanno estratto quattro profili utente:

  • Il 21% degli utenti di LinkedIn sono stati definiti “Exploring Options“: si tratta di circa 6 milioni di utenti che usano il network principalmente per cercare lavoro. Il 70% di loro ha già un lavoro a tempo pieno, ma si guarda intorno alla ricerca di posizioni migliori, infatti la maggior parte delle loro impostazioni riguardano le posizioni di lavoro o la carriera. Hanno il reddito più basso tra gli utenti di LinkendIn e sono terzi per potere d’acquisto. Hanno in media 34 connessioni e solo l’1% gestisce un suo blog. Si tratta del cluster di utenti di LinkedIn nel quale rientrano molti giovani e donne (il 52% dei componenti di questo gruppo). I siti che visitano di più sono quelli di ricerca di lavoro, ma preferiscono CareerBuilder a Monster.
  • Il 28% degli utenti di LinkedIn, circa 8,4 milioni di utenti, sono stati definiti “Senior Executives“, hanno il reddito e il potere d’acquisto più alto tra gli utenti di LinkedIn, con una media di 104.100$ di reddito all’anno e 99.000$ di potere d’acquisto. Questi utenti si sono iscritti al social network per le possibilità di social networking offerte. Si tratta degli utenti più contenti del loro lavoro: sono impiegati full-time e non cercano un altro lavoro. Si tratta del gruppo in cui l’età anagrafica è più alta e ci sono principalmente maschi. I loro siti web preferiti sono quelli di notizie come Fox News, usano poco Gmail o siti di ricerca di lavoro.
  • Inoltre ci sono i “Savvy Networkers“, 9 milioni di utenti che si dedicano completamente dedicati al networking: in media hanno 61 connessioni e sono molto influenti. Il 69% legge i blog e il 9% ne ha uno suo. Questo gruppo è molto vario per quanto riguarda le tipologie di impiego: il 30% ha un lavoro full-time ma ne cerca un altro, il 25% ha un lavoro full-time e non ne cerca un altro, il 19% sono consulenti a tempo pieno, il restante 9% sono consulenti che cercano un altro lavoro. Si posizionano al secondo posto per potere d’acquisto e reddito medio tra i gruppi di Linkedin (rispettivamante 93.484$ di reddito e 88.000$ di potere d’acquisto). Tra i siti web preferiscono Gmail e siti di tech-news, mentre visitano poco CNN e MSNBC.
  • I “Late Adopters“, il 22% degli utenti LinkedIn, sono un gruppo di circa 6,6 milioni dei quali il 52% maschi e il 48% donne,  che si sono iscritti soltanto perché gli amici li hanno invitati. Poco interessati al networking hanno una bassa influenza, con una media di 23 connessioni, infatti, preferiscono aggiungere al loro profilo solo chi conoscono di persona. Si posizionano al terzo posto per reddito (87.810$) e ultimi per potere d’acquisto (in media 76.000$). La CNN è uno dei loro siti preferiti.

Lo studio ha anche analizzato tre caratteristiche ulteriori: la presenza di decision maker tra gli iscritti, la relazione tra reddito e job title e la loro propensione a partecipare ai sondaggi.

  • Decision makers: il 16%  degli intervistati ha affermati di avere la responsabilità del decision making per gli acquisti del proprio dipartimento e un altro 20% di condividere con altri questa responsabilità. Il 13% degli utenti di LinkedIn ha budget di spesa di almeno 50.000$. Questi utenti usano LinkedIn più spesso di chi non è un decision making e in media hanno più connessioni della media degli utenti: tra le 40 e le 50. Il 55% dei decision makiers afferma di essere tra i primi a provare le nuove applicazioni (software, siti, dispositivi digitali), infatti per il 24% questi utenti rientrano nel cluster degli early-adopeters.
  • Titles that make money. Usando tecniche di text mining, lo studio ha analizzato la relazione tra il reddito ed il potere d’acquisto con le parole presenti del job title: la parola più “redditizia” è risultata VP, infatti chi ha inserito nella descrizione del proprio lavoro “VP” risulta avere un reddito medio di  190.000$. Seguono le “parole advertising” che “comportano” guadagni di 185.000$ e “contractor,” con 150.000$. Mentre la parola del title correlata ad un potere d’acquisto più alto è stata “chief officer” che dà un potere d’acquisto medio di 252.262$.
  • Partecipazione ai sondaggi: il 60% degli intervistati ha affermato che probabilmente avrebbe preferito partecipare a sondaggi riguardanti il suo campo di interesse, il 49% ad uno sull’industria in generale, il 48% a proposito dei prodotti che usa, il 39% su Linkedin e il 36% sulla tecnologia. Nel 68% dei casi gli utenti di LinkedIn hanno affermato di non aver mai partecipato ad un panel.

Lo studio, infine, ha concluso che non si può più definire LinkedIn come uno strumento di nicchia in quanto i suoi utenti coprono un ampio range di età, settori, livelli di reddito e di istruzione e che le motivazioni che spingono li ad usarlo sono molto diverse: alcuni cercano lavoro, altri social networking più interessante di quanto si può trovare su Myspace o Facebook, ma c’è anche chi lo usa semplicemente per restare in contatto con i vecchi colleghi.

Noi ci ritroviamo molto in questa segmentazione e crediamo di appartenere al terzo profilo, i “Savvy Networkers”, e voi?

Cosa imparare dalla campagna di marketing (elettorale) di Obama

Secondo quanto scrive Al Ries su Adage, l’elezione di Obama deve essere considerata un evento storico per il marketing.

La strategia di marketing di Obama, recentemente nominato “marketer dell’anno“, incentrata sul concetto di “change”, ha permesso ad un uomo abbastanza sconosciuto, più giovane del suo avversario, nero e con un nome che evoca associazioni mentali controverse,  di trionfare prima contro la donna più conosciuta degli USA e legata ad uno dei politici di maggior successo e poi contro un senatore di lunga data ed eroe di guerra molto conosciuto.

I suoi avversari hanno cambiato più volte il messaggio trasmesso tanto da farli sembrare indecisi e vacillanti: la strategia di Hillary Clinton si era inizialmente basata sull’esperienza, poi si è spostata sul “Countdown to change”, infine si è trasformata in “Solutions for America.”  John McCain ha usato molte definizioni diverse di sè stesso (Conservative. Maverick. Hero. Straight talker. Commander. Bipartisan conciliator. Experienced leader. Patriot), troppe secondo The New York Times Magazine, che già  a fine ottobre si chiedeva se l’incapacità di centrare la campagna su nucleo narrativo  potesse indebolire McCain.

In generale, entrambi gli avversari di Obama hanno puntato sul “riuscire a  realizzare il cambiamento meglio di Obama”, ma “meglio”, ammonisce Al Ries, non funziona mai in marketing: per avere successo bisogna essere “differenti”, bisogna legarsi univocamente ad un concetto nella mente degli interlocutori in modo che i concorrenti non possano insidiarlo ed evitare la “Pepsi pattern” ossia il cambiare slogan ogni volta che cambia il direttore marketing (che in Pepsi sembra accadere in media una volta ogni 2,5 anni)

La campagna elettorale di Obama è stata vincente in quanto semplice, consistente e rilevante.

1. Semplicità: circa il 70% della popolazione USA è convinto che il Paese stia andando nella direzione sbagliata, perciò la campagna di Obama si è opportunamente focalizzata su un concetto molto semplice qual è il “cambiamento”. Secondo Al Tries, infatti, uno slogan può essere intelligente, legato al prodotto, evocativo ecc, ma non sarà mai molto efficace se non è semplice.

2. Consistenza. Prima di poter comunicare, le aziende devono provare a posizionarsi: Obama non doveva trasmettere di essere un agente del cambiamento, ma ripetere il messaggio di cambiamento innumerevoli volte, affinchè fossero gli elettori ad identificarlo con il concetto di “cambiamento”. Per emergere tra tutta l’informazione attualmente disponibile, infatti, è necessario ripetere un concetto infinite volte, attraverso campagne di comunicazione coerenti per molti anni.

3. Rilevanza. Per poter vincere è necessario competere su un campo di battaglia favorevole: Obama ha costretto i suoi avversari a discutere delle proposte di cambiamento per il Paese, in modo da evidenziare come i loro cambiamenti risultano diversi dalla proposte di Obama. In questo modo Hilary Clinton e McCain non hanno potuto parlare molto degli argomenti in cui erano più forti, quali l’esperienza e le relazioni con gli altri leader internazionli.

Insomma, una campagna di marketing (elettorale) cosi memorabile da far vincere a Barack Obama il titolo di “uomo di marketing dell’anno” secondo Adage.

E’ possibile misurare il ROI per i social media?

In questo post Jason Falls raccoglie le sue riflessioni a proposito di quanto emerso dall’incontro “How to derive ROI from Interactive Communication,” presieduto da Joanne Puckett e a cui ha partecipato KD Paine, nell’ambito della riunione della  (Public Relations Society of America) PRSA International.

La conclusione a cui è giunto Jason Falls è che cercare di determinare il ROI derivante dagli investimenti sui social media, è un pò come provare a dare una valutazione quantitativa alle interazioni umane ed alle conversazioni che, in realtà, non sono quantificabili: insomma quasi come voler scrivere un saggio usando delle risposte a scelta multipla.

Secondo Katie D. Paine, l’unica domanda a cui la misurazione dell’engagement deve rispondere riguarda gli obiettivi della conversazione: l’azienda sta raggiungendo gli obiettivi di conversazione che si è posta? La conversazione, intesa come i commenti sui contenuti prodotti, è la migliore misura del livello di engagement. Per quanto difficile da accettare per le aziende, è necessario capire che da una conversazione non si ottengono soldi, almeno non direttamente.

Quando si chiede ad un’azienda perchè investe nei social media: se il suo obiettivo è quello di “guadagnare” o di “fare crescere il proprio business”, è destinate a fallire, perché il valore nei social media sono le relazioni e i contenuti. La motivazione che deve spingere un’azienda ad investire nei social media è quella di partecipare alla conversazione. Da questo deriva che il successo di una campagna di social media deve essere misurato in base alla valore delle conservazioni generato e ogni tentativo di misurare il ROI sui social media è destinato a fallire.

Secondo Joanne Puckett la misurazione dei social media deve prendere in considerazione tre aspetti:  gli outputs (impressions, share of voice, sentiment, ecc), gli outcomes (cambiamento dei comportamenti, modifiche degli atteggiamenti,ecc) e i risultati di business, che non sono stati ancora definiti e non lo saranno finchè non si comincerà a considerare i risultati in relazione agli obiettivi.

Ad esempio se l’obiettivo di un’azienda è quello di partecipare alla conversazione, migliorando la relazione con l’audience ed essere considerata degno di fiducia della community che circonda il brand, le misurazioni dovranno dimostrare che gli investimenti hanno realizzato questi obiettivi. L’aumento del ROI sarà una conseguenza di cosa si è riuscito ad ottenere dalla conversazione, ma non deriverà direttamente dalle conservazioni.

Noi ci troviamo perfettamente d’accordo con questa visione, voi che ne pensate?

Come gestire i commenti negativi sui blog?

In questo post sul blog della Ogilvy PR, Rohit Bhargava dà dei suggerimenti alle aziende su come gestire i commenti negativi provenienti dai blog. Innanzi tutto la risposta ai commenti negativi deve essere immediata, in quanto rispondere in ritardo può portare ad una diffusione virale del contenuto negativo, alla generazione di altri commenti negativi e soprattutto può far disperdere la voce ufficiale dell’azienda in quanto non viene riportata da chi cita il commento negativo.

Poi è necessario identificare i partecipanti alla discussione sfavorevoli: la fonte, cioè dove inizia la storia negativa, i commentatori, cioè quelli che ne discutono, e i promotori, quelli che diffondono la storia online. Il modo più semplice per identificare chi sono questi tre tipi di persone è seguendo i link, a partire dal blog che ha generato la notizia.

Dopo bisogna valutare la conversazione: il sentiment dei commenti (positivo, negativo), la frequenza di questi commenti, il numero di persone coinvolte nella conversazione e la quanto è attiva la conversazione, non solo sui blog, ma anche gli altri social network come twitter.

Una volta individuate le conversazioni è necessario rispondere onestamente, perché l’immediatezza e la forma personale del blog non permette di nascondere dietro ambiguità: è necessario prendere una posizione e condividerla, ad esempio si può chiedere scusa e promettere di individuare e correggere il problema, impegnandosi personalmente con il nome e cognome di un responsabile.

Il punto di vista aziendale deve essere reso pubblico in modo ufficiale, ad esempio postando la posizione presa dall’azienda sul corporate blog o su qualche altro social media di riferimento, in modo che i successivi commenti puntino verso di esso con l’obiettivo di spostare le conversazioni sul sito aziendale. Infatti rispondere ai vari commenti negativi sui vari blog dove sono diffusi sarebbe dispersivo.

Per poter rispondere ai commenti negativi è necessario monitorare e rispondere alle conversazioni, anche quando esse si placano da sole, perché smettere di seguirle potrebbe portare i blogger a pensare che non si sta facendo abbastanza attenzione alle loro opinioni (indicazioni più dettagliate su come ascoltare le conversazioni online si possono trovare qui)

p.s. Dopo il (terribile) caso Carrefour diverse persone ci hanno chiesto qualche consiglio sul miglior modo di fronteggiare questo tipo di cisi…eccovi accontentati ;-)

Facebook sempre più re dei social network

I social networks hanno portato la comunicazione mediata dal computer a livelli d’importanza mai osservati prima: le persone la perseguono perché permette:

-estensione della cerchia sociale

-possibilità di interazione più ampie (anche se qualitativamente peggiori -> dunque forse adatte ai tempi)

-spazio di condivisione, vetrina personale

-iperrealtà. non più proiezione su un avatar: online e offline si fondono in quanto il network non è un’altra realtà ma un’estensione tecnologica della stessa

La straordinaria e inarrestabile diffusione di Facebook (in Italia siamo prossimi a varcare la soglia di 1 milione di iscritti) testimonia l’importanza di tali considerazioni. La sua struttura globale lo ha portato in meno di quattro anni a competere con un colosso come MySpace, grazie anche a una piattaforma più stabile e a un ventaglio impressionante di applicazioni tra cui scegliere e possibilità di personalizzazione.

Negli ultimi mesi abbiamo registrato la progressiva migrazione di Facebook su una nuova piattaforma, nata con lo scopo di attrarre sempre più utenti sul network grazie a un’interfaccia grafica semplificata – come sottolineato da questo articolo (anche se non piace proprio a tutti ed è nato addirittura un gruppo denominato “1,000,000 AGAINST THE NEW FACEBOOK LAYOUT! “)

Tale interfaccia si ispira in maniera evidente a un’altra “vecchia” conoscenza degli addetti ai lavori: quel Friendfeed che aggrega le principali applicazioni social dell’utente e ne offre un resoconto “cronologico”, sotto forma di diario di bordo dinamico. O per dirla più semplicemente, pubblica un flusso commentabile delle nostre attività quotidiane, aggiornato in tempo reale.

La straordinaria diffusione di Facebook – specialmente tra le nuove generazioni – unita alle numerose polemiche sulla violazione della privacy (Facebook è stato ripetutamente pescato a raccogliere i dati di navigazione dei suoi utenti, anche al di fuori della connessione degli stessi al sito) mostrano le due facce dei social network: l’aprire la strada a nuove forme di comunicazione ed aggregazione, prestandosi nello stesso tempo in maniera ideale allo studio dei comportamenti, modelli e abitudini degli utenti-consumatori e quindi a forme di pubblicità sempre più mirate e targetizzate. 

Google suggest e la ricerca “a misura d’utente”

Dalle notizie giunte negli ultimi giorni, è evidente che il settore dei motori di ricerca si muove lungo due direttrici complementari:da un lato, rendere la vita più facile agli utenti, in modo da svincolare l’operatività e la dimestichezza dalla conoscenza degli applicativi; dall’altro, rendere la vita più facile al motore, diminuendo la frammentazione delle query e concentrando più utenti sulle stesse ricerche.

La prima notizia riguarda Google, che ha introdotto nella sua home inglese l’ormai noto Google Suggest, un tool che suggerisce parole o intere query a partire dalle prime digitazioni dell’utente. Come accennato poc’anzi,tale strumento si rivela estremamente utile per aiutare l’utente a definire la propria query, restringendo via via il campo delle possibili alternative ed evitando lunghe e frustranti ricerche senza risultato. Il rovescio delle medaglia, come alcuni esperti di SEO hanno sottolineato, è la probabile perdita dell’effetto Long Tail, grazie al quale la visibilità di alcuni siti viene garantita dalla granularità delle keywords. Tale eventualità è tuttavia controversa.

L’introduzione di Google Suggest risulterà a molti come una novità, ma probabilmente non a coloro che utilizzano il browser di navigazione Firefox. Firefox si distingue da sempre per l’avanguardia sperimentativa delle sue features e per un continuo sviluppo di plug-ins user-centerd. In effetti le funzionalità di Suggest erano da tempo incorporate nella maschera di ricerca Google integrata nel browser.

E a tal proposito, è datato 26 agosto il lancio di una nuova feature sperimentale da parte dei Mozilla Labs, dall’attrattivo nome “ubiquity“. Firefox definisce ubiquity “An experiment into connecting the Web with language“. In che modo? L’idea è semplice, ma eccezionale: permettere all’utente di gestire più risorse o oggetti Web in una stessa schermata, richiamandoli semplicemente attraverso la digitazione, evitando l’apertura di più tab e l’effettuazione di ricerche multiple. Possiamo ad esempio comporre una mail includendo una mappa, senza dover aprire Google Maps, o segnalando la recensione di un ristorante, digitandone semplicemente il nome. Si tratta di un modo ancora più interattivo di utilizzare gli oggetti che popolano il Web (mappe, recensioni, definizioni, immagini ecc…).

Tali esempi, indipendentemente dalle perplessità o dagli entusiasmi che possano destare, mostrano una progressiva migrazione del motore di ricerca da interfaccia ad applicazione. Si profila ovvero uno scenario in cui la ricerca non sarà solamente il punto di partenza della nostra navigazione, ma diverrà sempre maggiormente il collante delle nostre attività online, grazie alla sensibile semplificazione del processo che unisce il pensiero alla risorsa.

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