Pubblicato da: Tiziana su: Ottobre 26, 2009
In questo post l’esperta di comunicazione per le aziende del lusso, Dana Gers, spiega le motivazioni per cui i brand di moda dovrebbero impegnarsi sui social media. Le ragioni addotte riguardano sia la crescente popolarità dei social media presso il target che la necessità di partecipare alla conversazione online con un voce aziendale ufficiale.
Come esempio quantitativo dell’importanza dei social media per il mondo della moda, Dana Gers cita le statistiche di Facebook per il lusso dove si afferma che il 96% della Generazione Y usa i social media ed uno studio di Hill & Knowlton, secondo cui il 27% dei giovani utenti afferma di essere influenzato da quanto apprende online.
Dal punto di vista dei valori di brand, Dana Gers riconosce che il prestigio spesso è una delle caratteristiche distintive dei brand del lusso e proprio la necessità di difendere questa esclusività deve spingere le aziende ad impegnarsi sui social media, infatti se sono le aziende del lusso ad imporre le tendenze, a livello di comunicazione non possono limitarsi alla tradizionale pubblicità.
I social media, inoltre, sono molto utili per gestire la dedizione dei consumatori verso i brand ed le aziende del lusso sono quelle che possono vantare i consumatori più fedeli e l’engagement più alto verso il proprio brand: chi se non un cliente fedele sarebbe disposto a pre-ordinare l’ultimo prodotto del designer o a fare la fila per ore pur di incontrare il proprio stilista?
Nell’articolo si segnala la necessità per i brand di partecipare con una voce ufficiale e controllata alla conversazione generata autonomamente dagli utenti. Su Facebook e Twitter, infatti, è possibile trovare pagine o account dedicati ai maggior brand di moda e gestiti da utenti (quali ad esempio @123dolcegabbana su Twitter e la pagina Emporio Armani su Facebook), dove si discute dei prodotti e si criticano le tendenze della moda senza alcuna risposta da ufficiale da parte dei brand in questione.
Già questo piccolo esempio dimostra la difficoltà di gestire l’immagine di un brand su social media, pertanto Dana Gers indica alcuni dei punti che ritiene più critici per le aziende di moda:
In conclusione non usare i social media da parte delle aziende del lusso, sarebbe un’occasione d’oro sprecata per ispirare passione per il brand e desiderio per il prodotto e costruirsi dei clienti leali e fedeli.
Pubblicato da: Eugenia su: Ottobre 23, 2009
Come, quanto e dove i social media e i social network italiani hanno parlato di Lodo Alfano?
Una nuova ricerca in pillole qui, sul sito di Blogmeter.
Pubblicato da: Eugenia su: Ottobre 21, 2009
Blogmeter ha incontrato ieri gli studenti dell’Università degli Studi “Carlo Bo” di Urbino per un seminario dedicato alle Metriche di misurazione del passaparola online, inserito nel corso di Comunicazione Aziendale e Internet Marketing.
Durante le due ore di lezione abbiamo parlato di analisi quantitativa del buzz online, di modalità di rappresentazione dei dati e delle sfide poste dall’analisi qualitativa e dalla valutazione del sentiment. Nel corso della presentazione di qualche case history ci siamo fatti guidare dalle domande dei ragazzi, divertendoci a notare insieme alcuni risultati peculiari legati all’ascolto delle fonti user generated – come, per esempio, il forte interesse della rete per alcuni programmi e personaggi televisivi.
L’invito a Urbino era giunto da Alex Giordano di Ninja Marketing: Alex è co-docente del corso, per cui si occupa di forme di marketing 2.0 e non convenzionali, quali marketing virale e guerrilla marketing. Blogmeter e Ninja Marketing condividono anche la cattedra al Social Media Master dello IULM: tutte e due le aziende sono state docenti durante la prima edizione (ancora in corso) e entrambe hanno rinnovato la loro partecipazione per l’edizione 2010.
Un dettaglio 2.0: al termine dell’incontro, Alex Giordano ha ricordato ai suoi studenti: “Chi di voi non ha ancora un account Facebook lo deve attivare per domani. Ci è indispensabile per capire alcune dinamiche”. Approfittare del nuovo account non sarà difficile: la bella Urbino è interamente coperta da una rete civica wi-fi, gratuita.
Grazie Ninja!
Pubblicato da: Tiziana su: Ottobre 2, 2009
Secondo un sondaggio realizzato da Mzinga e Babson Executive Education, riportato qui da e-marketer, solo il 16% degli intervistati afferma di misurare il ROI delle azioni di marketing sui social media (sebbene l’86% delle aziende interrogate usino i social media).
Come suggerisce e-marketer, uno dei motivi per cui solo una percentuale così bassa di aziende si impegna nella misurazione può essere la mancanza di uno metodo condiviso di misurazione. A questo proposito Nathan Gilliatt qui descrive e commenta le metodologie di misurazione dei social media proposte da tre diverse agenzie:
Questo strumento di misurazione risulta molto interessante perché prende in considerazione diverse fonti di dati: la categoria relativa al reach e positining permette di valutare la popolarità del brand sui social media, quella delle preferenze raccoglie il sentiment verso il brand, le categoria delle azioni infine lega la misurazione a specifici risultati di business, permettendo di controllare meglio la strategia di comunicazione.
Dal confronto dei diversi sistemi di misurazione descritti si nota che ciascun permette di perseguire obiettivi diversi: misurare o valutare la popolarità, il ritorno di un’azione di marketing virale, il sentiment verso un brand o un’azienda in assoluto o rispetto ad un specifico settore mercelogico.
Pertanto, non esistendo lo strumento di misurazione perfetto, sarà necessario scegliere di volta in volta quello più adatto alle caratteristiche ed agli obiettivi che un’azienda si pone.
p.s. scusate l’assenza prolungata del blog…non succederà nuovamente
Pubblicato da: Barbara su: Luglio 7, 2009
Il 15 giugno Virgin ha chiuso anche l’ultimo dei megastore di NY, segnando simbolicamente la fine della “golden age” della musicale su supporto fisico.
Un evento inevitabile e assolutamente prevedibile.
Da tempo ormai la musica è fruita in formato digitale e online viene scambiata, ascoltata e acquistata. Nonostante le difficoltà legate alla pirateria, l’acquisto in rete rappresenta oggi un business in grado di generare un discreto guadagno ad artisti e case discografiche, che solo da iTunes hanno fino a oggi guadagnato 4 miliardi dollari.
Tuttavia, i modelli di fruizione della musica sono in continua evoluzione e rischiano oggi di mettere in crisi iTunes e lo stesso concetto di possesso della musica.
In un articolo su Wired, Eliot Van Buskirk riprende una ricerca Forrester, in cui si analizza l’evoluzione del consumo musicale e il ruolo dei Social Media Network nel futuro dell’industria.
Le questioni affrontate sono principalmente due:
Le internet radio e i servizi di streaming online, come Last.fm, Pandora, Youtube, Myspace rendono possibile l’ascolto di pressochè ogni genere e artista gratuitamente o quasi (es. dal 30 marzo Last.fm richiede un pagamento di 3 euro mensili) .
Lo sviluppo di sistemi di “streaming on the go” come quelli forniti attraverso i mobile data packages e iPod Touch potrebbe rendere il possesso del brano musicale meno rilevante ma certo non sostituirlo del tutto.
Mulligan, autore della ricerca, ritiene che i fan musicali attivi sui Social Network siano esperti, “engaged”, e persino più propensi a comprare musica degli alti consumatori. Per questo la maggior parte delle radio online integra un servizio d’acquisto, tramite iTunes o Amazon.
Secondo la ricerca Forrester le possibilità di monetizzazione della Social Music muovono però in un’altra direzione e sono destinate a migliorare significativamente. In che modo?
Attraverso la pubblicità.
Sui social media gli utenti si autosegmentano indicando i propri gusti, anche musicali, e rendendo così molto più semplice la targetizzazione del messaggio da parte dei pubblicitari.
Sembra quindi che la musica abbia trovato la via da percorrere per sopravvivere nell’era digitale.
Resta il fatto che abbonamenti e pubblicità non saranno comunque sufficienti a coprire i costi che la grandi case discografiche impongono ( nemmeno Google può) e con ogni probabilità saranno incapaci di riportare l’industria agli anni ‘90 quando tutti compravano i CD per rimpiazzare i dischi e le cassette.
Pubblicato da: Barbara su: Giugno 8, 2009
Come possono le aziende sfruttare le preziose informazioni che scaturiscono dalle relazioni tra persone sul web?
Questo è ciò che si chiede Stephen Baker, che così intitola l’articolo di copertina dell’ultimo numero di Business Week.
Facebook, Twitter, LinkedIn, Friendfeed, blog e e-mail forniscono una ricchezza di dati fino a qualche anno fa impensabile sui percorsi e i modelli di scambio e comunicazione tra persone.
Aziende leader come Microsoft, Facebook, Google, IBM si rivolgono allora a sociologi, antropologi, economisti comportamentali, avviano collaborazioni con i più prestigiosi istituti mondiali per la definizione di strumenti di analisi che consentano di monetizzare queste risorse.

Due sono gli ambiti in cui, secondo Baker, i dati sulle interazioni digitali possono rivelarsi profittevoli:
1) Il mercato
Il principio è assolutamente intuitivo: gli amici si comportano in modo simile e condividono interessi. Comprano gli stessi prodotti, hanno 3-4 possibilità in più rispetto alla media di cliccare sullo stesso banner.
Approfondire l’analisi dei legami e dei gruppi sociali online potrebbe potenzialmente consentire di triplicare o quadruplicare il click-rate e, naturalmente, le revenues di aziende come Facebook, che al momento derivano solo in minima parte dalla pubblicità.
Nell’ambito della Attention Economy è fondamentale essere rilevanti rispetto agli interessi del consumatore.
Conoscendo i pattern di comunicazione, interazione e influenza diventa più semplice e precisa la targetizzazione dei messaggi, possibile una vera tailorizzazione dell’advertising e, soprattutto, l’individuazione di potenziali brand evangelist.
Ciò che viene indagato con particolare attenzione sono, infatti, i modelli di influenza che sottostanno al consumo:
A chi chiediamo consiglio quando siamo alla ricerca di una nuova fotocamera o di una nuova auto? A chi ci affidiamo per informazioni di carattere politico, a chi per la scelta di un ristorante?
Come spiega Danah Boyd, ricercatrice presso la Microsoft Corporation, dare una risposta a queste domande è tutt’altro che semplice.
Non si tratta solo di stabilire quali sono i contatti con cui intratteniamo il maggior numero di scambi, o quanti di essi sono colleghi e quanti amici d’infanzia, ma di interpretare queste interazioni. Operazione che si rivela meno ovvia di quanto non appaia a prima vista. Le persone con cui scambiamo il maggior numero di mail o interagiamo più su Facebook sono anche quelle di cui ci fidiamo di più?
Quante persone effettivamente conosciamo dei nostri contatti Twitter o Facebook?
Quanti following su Twitter non sono anche follower?
Come si combinano nella sfera sociale di ciascuno i diversi strumenti?
2) L’azienda
Il monitoraggio delle comunicazioni tra colleghi, che potrebbe far storcere il naso ai difensori della privacy, è già diffusamente impiegato da IBM sul social network interno Beehive con numerosi vantaggi. Esso consentirebbe infatti di definire pattern di comunicazione efficace da riprodurre in futuro, individuare le risose più attive nello scambio di informazioni preziose e quelle che, al contrario, ne rimangono escluse, formare team più produttivi sulla base delle affinità rilevate, stimolare forme di networking seguendo la compatibilità di interessi ed esperienze.
Reid Hoffman, fondatore di LinkedIn, che sulle relazioni ha costruito un’impresa, sostiene che sono proprio le nuove conoscenze quelle capaci di generare maggiore valore, apportando maggiore conoscenza e creando maggiori opportunità.
Accanto a un’entusiasta del networking, e in un periodo di corsa all’ ’”add” di nuovi contatti, vale comunque la pena ricordare la regola del 150, teorizzata dall’antropologo e biologo evoluzionista Robin Dunbar: 150 sarebbero le conoscenze che ogni essere umano è in grado di gestire davvero nello stesso periodo.
Ed ora che anche il TIME MAGAZINE nell’ultimo numero ha dichiarato che Twitter “cambiera il mondo in cui viviamo” possiamo essere certi che più di un’azienda si chiederà come sfruttarlo
Pubblicato da: Sacha Monotti su: Aprile 18, 2009
Domani (domenica 19 Aprile) se avete un secondo libero e vi va di ascoltare il sottoscritto parlare di di tag/concept clouds e rappresentazioni grafiche delle informazioni un poco innovative sintonizzatevi su radio24 alle 13:15 (il programma si chiama “Essere e Avere”).
Aggiornamento: ecco qui il podcast dell’intervento (inzia a partire dal 15° minuto della trasmissione)
Pubblicato da: Tiziana su: Marzo 16, 2009
In questo post Francois Gossieaux dà delle indicazioni su come fare marketing nelle community online, in particolare sottolinea la necessità di considerare i membri delle comunità come tribu, i social media come network e di porsi sempre dal punto di vista degli utenti.
Considerare i consumatori come tribù. E’ necessario valutare come i componenti di una community si comportano tra loro e questo risulta molto più importante di capire a quale segmento socio-demografico appartengano in base alle loro caratteristiche. La segmentazione tradizionale potrebbe, ad esempio, non essere capace di scoprire il segmento delle madri casalinghe particolarmente interessate ai prodotti sanitari, in quanto non avrebbe considerato il loro comportamento (ad esempio scegliere i migliori prodotti sanitari per tutta la loro famiglia) ma solo il loro redditto, il loro lavoro ecc.
Considerare il network. Non si devono considerare i social media solo come un altro canale di scambio (di informazioni e prodotti) con i propri clienti ed i prospect, perché le conversazioni che avvengono tra i clienti (consumer-to-consumer) sono più importanti, rispetto alle decisioni di acquisto, delle conversazioni tra l’azienda e i suoi potenziali clienti. Da questa considerazione deriva la necessità di diversificare le modalità di creazione e distribuzione dei contenuti nei social media: invece di diffondere lunghe descrizioni delle caratteristiche dei prodotti o dei valori dell’azineda, è necessario adattare i contenuti ai social media ad esempio segmentare il contenuto brandizzato, in modo che ci siamo molte più possibilità che esso sia condiviso all’interno delle conversazioni rilevanti (è il caso dei widget, della possibilità di embeddare i video, ecc).
La centralità del cliente. Per avere successo nel marketing2.0 ci sono molti altri da concetti da rivalutare, tuttavia la maggior parte di questi ruotano intorno alla necessità di riconsiderarli nel contesto degli utenti, mettendo al centro delle proprie attività di comunicazione proprio i clienti invece il brand, il prodotto o l’azienda.
Da questo deriva ad esempio che la value proposition dovrà basarsi sull’utente, osservare cosa l’azienda gli sta offrendo dal punto di vista di chi comprerà il prodotto e non come un insieme di caratteristiche, funzioni e benefici.
Secondo Francois non sarà più necessario realizzare incontri con focus group (beh forse questo è un pochino utopistico), ma si dovranno ottenere insight dalle community online. Sia il brand che la piattaforma dovranno considerare la percezione che ne hanno gli utenti e rispondere sullo stesso piano.
Infine ogni attività nell’ambito del marketing 2.0 dovrà considerare gli utenti ed in particolare il loro comportamento come punto di riferimento è la naturale conseguenza dell’essenza del web2.0, cioè quella di dare la possibilità a chiunque di partecipare alle conversazioni online.
Per concludere per chi gestisce delle comunità online c’è anche la possibilità di fare un sondaggino online qui.
Pubblicato da: Tiziana su: Febbraio 24, 2009
I social media hanno cambiato per sempre il modo di interagire degli utenti, ma attualmente non sono ancora del tutto capaci di soddisfare i bisogni delle persone. Basti pensare al fatto che la diffusione dei social media porta con sé, come abbia già detto negli ultimi post, una gran quantità di rumore (informazione poco utile, ridondante, ecc), tanto che per ogni applicazione si progettano filtri che aiutino a gestire il sovraccarico di informazione.
Le capacità fondamentali dei social media, quella di mettere in connessione e fornire informazioni, alle persone sono intaccate dall’incapacità degli utenti di organizzare le loro esperienze online e di ottenere da loro informazioni significative. Per questo, su Read&Writeweb, si parla di come i social media dovranno evolversi in modo da creare un’esperienza olistica che parli alle persone in modo diverso. Ecco i punti salienti dell’articolo:
Innovative companies that are able to listen to these needs and deliver products based on them will not only survive but thrive in the coming months and years as people eagerly advance on the inviting waters of the new social alchemy.
Condividiamo.
p.s. a proposito di nuovi social media…anche in Italia stanno nascendo alcuni social network molto interessanti…oggi vi segnaliamo mammecheblog.com (vietata ai single!)
Pubblicato da: Tiziana su: Febbraio 3, 2009
Steve Rubel in questo post sembra d’accordo con l’idea, di cui parlavamo nel post precedente, che Friendfeed abbia molte potenzialità di sviluppo tanto che avanza l’ipotesi che questo social network diventi una grande piattaforma di blogging.
A sostegno della sua ipotesi, Steve Rubel suggerisce di osservare Robert Scoble per capire l’evoluzione che può avere l’ uso di Friendfeed : l’attivissimo Scole (13472 utenti e 209 stanze seguiti, circa 8000 commenti e 15000 like) posta direttamente su Friendfeed i propri pensieri e li commenta per primo. In pochi minuti questi post sono capaci di generare centinaia di altri commenti ed ottenere moltissimi like. Questo mostra come su Twitter e Friendfeed sia più facile ottenere l’engagement dei lettori rispetto ad altri network. Tuttavia rispetto a Twitter, su Friendfeed è più facile seguire le risposte dei commentatori, che vengono raccolte sotto il commento a cui si riferiscono, in modo da poterle gestire anche via IM, e la possibilità di inserire immagini rende il commento più completo.
Secondo Rubel, se Friendfeed aggiungesse altre funzionalità come la possibilità di scrivere post più lunghi, personalizzare il dominio e modificare il design della propria pagina, questo social network potrebbe diventare un’importante piattaforma di blogging. In particolare Friendfeed potrebbe attirare i blogger per due motivi: innanzi tutto perché inserirebbe ogni post del blog in una conversazione in tempo reale tra molti utenti interessati e poi perchè Friendfeed potrebbe diventare un important brand di blogging, come sono adesso TypePad e WordPress, con i relativi vantaggi di SEO. Infine Rubel ipotizza anche uno specifico sistema di Adsense per Friendfeed.
Friendfeed come piattaforma di blogging potrebbe avere degli svantaggi, la velocità e la facilità di inserire il commento potrebbe portare da una parte alla perdita di valore aggiunto dei commenti e dall’altra, essendo un luogo di discussione comune senza un owner-moderatore, si corre il rischio di una continua nascita di flame (risse virutali).
Boh, vedremo, a noi piace moltissimo ed oramai lo usiamo quanto se non più del nostro buon aggregatore (google reader per l’esattezza)
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