Il valore di un amico in rete

Come possono le aziende sfruttare le preziose informazioni che scaturiscono dalle relazioni tra persone sul web?

Questo è ciò che si chiede Stephen Baker, che così intitola l’articolo di copertina dell’ultimo numero di Business Week.

Facebook, Twitter, LinkedIn, Friendfeed, blog e e-mail forniscono una ricchezza di dati fino a qualche anno fa impensabile sui percorsi e i modelli di scambio e comunicazione tra persone.
Aziende leader come Microsoft, Facebook, Google, IBM  si rivolgono allora a sociologi, antropologi, economisti comportamentali, avviano collaborazioni con i più prestigiosi istituti mondiali per la definizione di strumenti di analisi che consentano di monetizzare queste risorse.

TIME COVER

Due sono gli ambiti in cui, secondo Baker, i dati sulle interazioni digitali possono rivelarsi profittevoli:
1) Il mercato

Il principio è assolutamente intuitivo: gli amici si comportano in modo simile e condividono interessi. Comprano gli stessi prodotti, hanno 3-4 possibilità in più rispetto alla media di cliccare sullo stesso banner.

Approfondire l’analisi dei legami e dei gruppi sociali online potrebbe potenzialmente consentire di triplicare o quadruplicare il click-rate e, naturalmente, le revenues di aziende come Facebook, che al momento derivano solo in minima parte dalla pubblicità.

Nell’ambito della Attention Economy è fondamentale essere rilevanti rispetto agli interessi del consumatore.
Conoscendo i pattern di comunicazione, interazione e influenza diventa più semplice e precisa la targetizzazione dei messaggi, possibile una vera tailorizzazione dell’advertising e, soprattutto, l’individuazione di potenziali brand evangelist.

Ciò che viene indagato con particolare attenzione sono, infatti, i modelli di influenza che sottostanno al consumo:

A chi chiediamo consiglio quando siamo alla ricerca di una nuova fotocamera o di una nuova auto? A chi ci affidiamo per informazioni di carattere politico, a chi per la scelta di un ristorante?

Come spiega Danah Boyd, ricercatrice presso la Microsoft Corporation, dare una risposta a queste domande è tutt’altro che semplice.
Non si tratta solo di stabilire quali sono i contatti con cui intratteniamo il maggior numero di scambi, o quanti di essi sono colleghi e quanti amici d’infanzia, ma di interpretare queste interazioni. Operazione che si rivela meno ovvia di quanto non appaia a prima vista. Le persone con cui scambiamo il maggior numero di mail o interagiamo più su Facebook sono anche quelle di cui ci fidiamo di più?
Quante persone effettivamente conosciamo dei nostri contatti Twitter o Facebook?
Quanti following su Twitter non sono anche follower?
Come si combinano nella sfera sociale di ciascuno i diversi strumenti?

2) L’azienda

Il monitoraggio delle comunicazioni tra colleghi, che potrebbe far storcere il naso ai difensori della privacy, è già diffusamente impiegato da IBM sul social network interno Beehive con numerosi vantaggi. Esso consentirebbe infatti di definire pattern di comunicazione efficace da riprodurre in futuro, individuare le risose più attive nello scambio di informazioni preziose e quelle che, al contrario, ne rimangono escluse, formare team più produttivi sulla base delle affinità rilevate, stimolare forme di networking seguendo la compatibilità di interessi ed esperienze.

Reid Hoffman, fondatore di LinkedIn, che sulle relazioni ha costruito un’impresa, sostiene che sono proprio le nuove conoscenze quelle capaci di generare maggiore valore, apportando maggiore conoscenza e creando maggiori opportunità.

Accanto a un’entusiasta del networking, e in un periodo di corsa all’ ’”add” di nuovi contatti, vale comunque la pena ricordare la regola del 150, teorizzata dall’antropologo e biologo evoluzionista Robin Dunbar: 150 sarebbero le conoscenze che ogni essere umano è in grado di gestire davvero nello stesso periodo.

Ed ora che anche il TIME MAGAZINE nell’ultimo numero ha dichiarato che Twitter “cambiera il  mondo in cui viviamo”  possiamo essere certi che più di un’azienda si chiederà come sfruttarlo ;-)

Tag clouds a “Essere e Avere” di Radio24

Domani (domenica 19 Aprile) se avete un secondo libero e vi va di ascoltare il sottoscritto parlare di di tag/concept clouds e rappresentazioni grafiche delle informazioni un poco innovative sintonizzatevi su radio24 alle 13:15 (il programma si chiama “Essere e Avere”).

Aggiornamento: ecco qui il podcast dell’intervento (inzia a partire dal 15° minuto della trasmissione)

Cosa cambia nel community marketing?

In questo post Francois Gossieaux dà delle indicazioni su come fare marketing nelle community online, in particolare sottolinea la necessità di considerare i membri delle comunità come tribu, i social media come network e di porsi sempre dal punto di vista degli utenti.

Considerare i consumatori come tribù.  E’ necessario valutare come i componenti di una community si comportano tra loro e questo risulta molto più importante di capire a quale segmento socio-demografico appartengano in base alle loro caratteristiche. La segmentazione tradizionale potrebbe, ad esempio, non essere capace di scoprire il segmento delle madri casalinghe  particolarmente interessate ai prodotti sanitari, in quanto non avrebbe considerato il loro comportamento (ad esempio scegliere i migliori prodotti sanitari per tutta la loro famiglia) ma solo il loro redditto, il loro lavoro ecc.

Considerare il network. Non si devono considerare i social media solo come un altro canale di scambio (di informazioni e prodotti) con i propri clienti ed i prospect, perché le conversazioni che avvengono tra i clienti (consumer-to-consumer) sono più importanti, rispetto alle decisioni di acquisto, delle conversazioni tra l’azienda e i suoi potenziali clienti. Da questa considerazione deriva la necessità di diversificare le modalità di creazione e distribuzione dei contenuti nei social media:  invece di diffondere lunghe descrizioni delle caratteristiche dei prodotti o dei valori dell’azineda, è necessario adattare i contenuti ai social media ad esempio segmentare il contenuto brandizzato, in modo che ci siamo molte più possibilità che esso sia condiviso all’interno delle conversazioni rilevanti (è il caso dei widget, della possibilità di embeddare i video, ecc).

La centralità del cliente. Per avere  successo nel marketing2.0 ci sono molti altri da concetti da rivalutare, tuttavia la maggior parte di questi ruotano intorno alla necessità di riconsiderarli nel contesto degli utenti, mettendo al centro delle proprie attività di comunicazione proprio i clienti invece il brand, il prodotto o l’azienda.

Da questo deriva ad esempio che la value proposition dovrà basarsi sull’utente, osservare cosa l’azienda gli  sta offrendo dal punto di vista di chi comprerà il prodotto e non come un insieme di caratteristiche, funzioni e benefici.

Secondo Francois non sarà più necessario realizzare incontri con focus group (beh forse questo è un pochino utopistico), ma si dovranno ottenere insight dalle community online.  Sia il brand che la piattaforma dovranno considerare la percezione che ne hanno gli utenti e rispondere sullo stesso piano.

Infine ogni attività nell’ambito del marketing 2.0 dovrà considerare gli utenti ed in particolare il loro comportamento come punto di riferimento è la naturale conseguenza dell’essenza del web2.0, cioè quella di dare la possibilità a chiunque di partecipare alle conversazioni online.

Per concludere per chi gestisce delle comunità online c’è anche la possibilità di fare un sondaggino online qui.

I social media si devono evolvere…verso le persone

I social media hanno cambiato per sempre il modo di interagire degli utenti, ma attualmente non sono ancora  del tutto capaci di soddisfare i bisogni delle persone. Basti pensare al fatto che la diffusione dei social media porta con sé, come abbia già detto negli ultimi post, una gran quantità di rumore (informazione poco utile, ridondante, ecc), tanto che per ogni applicazione si progettano filtri che aiutino a gestire il sovraccarico di informazione.

Le capacità fondamentali dei social media, quella di mettere in connessione e fornire informazioni, alle persone sono intaccate dall’incapacità degli utenti di organizzare le loro esperienze online e di ottenere da loro informazioni significative. Per questo, su Read&Writeweb, si parla di come  i social media dovranno evolversi in modo da creare un’esperienza olistica che parli alle persone in modo diverso. Ecco i punti salienti dell’articolo:

  1. Poichè i social media riguardano le persone, non bisognerà più rivolgersi a utenti, acquirenti o clienti, ma alle persone nella loro interezza con interessi, gusti e percezione globali. Infatti gli utenti online ricercano sempre di più connessioni significative, possibilità di esprimere se stessi e comunità ricettivae con cui interagire che dovranno offrire esperienze di interazioni complete agli utenti. Questo comporterà la necessità di individuare tecniche di segmentazione basate sul comportamento, capaci di tener conto dell’evoluzione dei bisogni degli utenti e di basarsi sul contesto dei social media.
  2. Non sarà sufficiente aggiungere nuove applicazioni ai social media, si dovrà creare valore reale per le persone ad esempio permettere loro di gestire il proprio network di relazioni sociali indipendentemente dalla piattaforma o di discutere di topic significativi in tempo reale.
  3. Favorire la convergenza tra piattaforme e social media diversi, cioè la possibilità di aggregare più flussi informativi, sarà un elemento determinante, come dimostrato dalla crescita di Friendfeed (nonostante la scarna interfaccia).
  4. Non basterà unificare l’interazione tra più social network, ma sarà necessario costruire un’esperienza attraverso più piattaforme, come permette di  fare dell’ Iphone e come hanno intenzione di realizzare Google con Android e Palm. Gli utenti, infatti, hanno bisogno di soluzioni che mettano insieme il web, la telefonia mobile e l’interazione dal vivo.
  5. Le persone dovranno poter creare, unirsi, cercare dei social network che permettano loro di avere esperienze significative online. Ad esempio con la creazione di social network specifici su argomenti con estrema semplicità, come permette di fare Ning, che si basa sull’idea di riunire l’altissima possibilità di replica permessa da internet intorno a specifici argomenti.
  6. Anche i pubblicitari potranno ottenere significativi vantaggi in termini di revenue se si impegnaranno a capire chi sono gli utenti che interagiscono sui social media. In questo modo, infatti, potranno ottenere informazioni su nicchie ben segmentate di utenti e ottenere migliori risultati, come realizzato dalla startup israeliana Nuconomy, che grazie allo studio del targer ha ottenuto un click through dalle sei alle nove volte più alte delle campagne non targetizzate.
  7. Saranno necessarie piattaforme che permettano di mettere ordine nelle informazioni già a disposizione degli utenti: ad esempio la possibilità di taggare i video, di archiviare le conversazioni, di fare ricerche più rilevanti.
  8. I social media si diffonderanno sempre di più tra gli utenti (non solo gli early adopters, come insegni il caso di Facebook) fino a diventare mainstream, non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo, spingendo le aziende ad occuparsi delle specificità di ciascun Paese.
  9. Anche le professioni nell’ambito dei social media dovranno cambiare: saranno necessarie persone capaci di pianificare e realizzare interazioni all’interno e tra piattaforme diverse in modo da mettere in relazione prodotti, servizi, ma soprattutto le persone.
  10. Solo grazie a tutti questi cambiamenti si arriverà ad una fase di maturità dei social media in cui questi investimenti saranno anche fruttuosi: aumenterà la pubblicità personalizzata su ciascun utente, la diffusione di prodotti gratuiti, la suddivisione delle revenue tra partner strategici e un aumento dell’importanza del social engagement online.

Innovative companies that are able to listen to these needs and deliver products based on them will not only survive but thrive in the coming months and years as people eagerly advance on the inviting waters of the new social alchemy.

Condividiamo.

p.s. a proposito di nuovi social media…anche in Italia stanno nascendo alcuni social network molto  interessanti…oggi vi segnaliamo mammecheblog.com (vietata ai single!)

Friendfeed una nuova piattaforma di blogging?

Steve Rubel in questo post sembra d’accordo con  l’idea, di cui parlavamo nel post precedente, che Friendfeed abbia molte potenzialità di sviluppo tanto  che avanza l’ipotesi che questo social network diventi una grande piattaforma di blogging.

A sostegno della sua ipotesi,  Steve Rubel suggerisce di osservare Robert Scoble  per capire l’evoluzione che può avere l’ uso di Friendfeed : l’attivissimo Scole  (13472 utenti  e 209 stanze seguiti, circa 8000 commenti e 15000 like) posta direttamente su Friendfeed i propri pensieri e li commenta per primo. In pochi minuti questi post  sono capaci di generare centinaia di altri commenti ed ottenere moltissimi like. Questo mostra come su Twitter e Friendfeed sia più facile ottenere l’engagement dei lettori rispetto ad altri network. Tuttavia rispetto a Twitter, su Friendfeed è più facile seguire le risposte dei commentatori, che vengono raccolte sotto il commento a cui si riferiscono, in modo da poterle gestire  anche via IM, e la possibilità di inserire immagini rende il commento più completo.

Secondo Rubel, se Friendfeed aggiungesse altre funzionalità come la possibilità di scrivere post più lunghi, personalizzare il dominio e modificare il design della propria pagina, questo social network potrebbe diventare un’importante piattaforma di blogging. In particolare Friendfeed potrebbe attirare i blogger per due motivi: innanzi tutto perché inserirebbe ogni post del blog in una conversazione in tempo reale tra molti utenti interessati e poi perchè Friendfeed potrebbe diventare un important brand di blogging, come sono adesso TypePad e WordPress, con i relativi vantaggi di SEO.  Infine Rubel ipotizza anche uno specifico sistema di Adsense per Friendfeed.

Friendfeed come piattaforma di blogging potrebbe avere degli svantaggi,  la velocità e la facilità di inserire il commento potrebbe portare da una parte alla perdita di valore aggiunto dei  commenti e dall’altra,  essendo un luogo di discussione comune senza un owner-moderatore, si corre il rischio di una continua nascita di flame (risse virutali).

Boh, vedremo, a noi piace moltissimo ed oramai lo usiamo quanto se non più del nostro buon aggregatore (google reader per l’esattezza) ;-)

I social media nel 2009: come evitare l’information overload

Torniamo a scrivere dopo quasi un mese di assenza (il nuovo record negativo), causa vacanze di natale ed un periodo di lavoro particolarmente intenso, per parlare di ciò che (probabilmente) ci aspetta nel 2009.

Sarah Perez in questo articolo su Read&Write fa alcune previsioni su come gli utenti interagiranno con social media nel 2009. Partendo dall’idea che a causa dell’attuale crisi economica nel 2009 ci dovrebbero essere meno applicazioni nuove da provare, gli early adopters potranno rivalutare alcune applicazioni abbandonate e pensare nuove modalità d’uso delle applicazioni già esistenti.

Se nel 2008 per comprendere come gestire al meglio le applicazioni dei social media, gli utenti le hanno adottate in massa, nel 2009 è possibile che usino un occhio molto più critico verso i nuovi servizi: gli utenti, grazie alla consapevolezza derivante dall’esperienza maturata, si chiederanno che valore aggiunto può apportare un nuovo servizio e se effettivamente ha qualcosa di nuovo, prima di iniziare ad usarlo. Probabilmente la crisi economica, riducendo le possibilità di finanziamento,  eviterà anche la nascita di servizi che sono semplicemente il clone di altri già molto popolari.

Gli utenti, infatti, hanno già appreso come l’information overload dei social media non sia sostenibile e se già lo scorso anno ci sono stati servizi ed applicazioni che hanno tentato di ridurre il sovraccarico di informazioni  (categorizzando i feed rss, cancellando gli sconosciuti da facebook, sincronizzando la lista di amici tra più piattaforme, postando gli stessi contenuti su network diversi), c’è comunque bisogno di migliorasi ancora.

Sarah Perez, a questo proposito, per il 2009 si augura la diffusione di alcuni specifici tipi di strumenti:

  • Add-in o Greasemonkey scripts per Google Reader capaci di aiutare la gestione dell’informazione, mostrando i post in base all’attenzione ricevuta, nascondendo i post duplicati (per esempio tra flusso dei feed e condivisione degli amici), filtrando le sottoscrizioni per ridurre il rumore (ad esempio nascondendo i post che contengono solo link di delicious o post su twitter)
  • Strumenti di Auto-organizzazione: secondo Sarah Perez potrebbe essere utile uno strumento che suddivida automaticamente le persone seguite sui vari network in liste (come può essere realizzato manualmente nella nuova versione di Friendfeed)  in base al motivo per cui li si conosce e li si legge (perché sono amici amici, colleghi o partner di lavoro, opinion leader interessanti, ecc.)
  • Strumenti di sincronizzazione degli amici: poiché le persone usano sempre un gran numero di social network, per rendere la gestione del  following/delle amicizie più semplice e sincronizzata,  potrebbe essere utile uno strumento che condivida gli amici su tutte le piattaforme su cui si è presenti con un solo click ed aggiorni periodicamente le nuove amicizie (un esempio potrebbe essere il Connector di Mybloglog)
  • Strumenti, che analizzando e confrontando le friend list dei vari network (FriendFeed, Facebook, Twitter) ripuliscano la lista dalle persone che non si conoscono e con cui non si ha nulla in comune

Ed in Italia che cosa succederà? Se nel 2008 si è registrata la crescita di Friendfeed, con una notevole riduzione dell’uso di Twitter,  quest’anno sarà necessario imparare a utilizzare al meglio questo strumento che pare stia portando vari cambiamenti nella parte abitata della rete:  da una parte notiamo una riduzione del blogging probabilmente perchè  parte dei commenti, citazioni, valutazioni (dei contenuti relazionali) vengono assorbiti dal social network che raccoglie il lifestreaming delle persone online,  dall’altra Friendfeed (anche per via della sincronizzazione della friendlist con Facebook, dove gli utenti possono avere anche molti contatti) mostra agli utenti un’altissima quantità di informazioni che deve essere gestita, classificata, selezionata per poter apportare valore.

Quest’anno sarà infne interessante assistere all’evoluzione dei due social network che hanno segnato gli ultimi 2 anni: Facebook, che sulla spinta dei giornali e della televisione, lo scorso è cresciuto enormemente (quanto ancora potrà crescere senza un business model redditizio?) e di  Second Life, che sebbene sembri abbandonato dalle aziende, resta comunque popolato da un nocciolo duro di utenti  che ne stanno  continuando a sperimentare le grandi potenzialità espressive e relazionali e pertanto credo possa ancora riservare qualche sorpresa nel futuro.

I corporate social network: la case history Nike+

La Nike rappresenta, per ora,  una delle poche aziende che hanno avuto successo nell’ accrescere la brand loyalty attraverso il social networking online. Infatti in due anni, da quando ha lanciato Nike+, la tecnologia che permette di tracciare i dati dell’allenamento dei “runners” e di condividerli online, Nike è riuscita a costruire una community (nikeplus.com) compatta di utenti fan del brand, tanto che ad Agosto2008  800.000 sportivi si sono iscritti online ed hanno partecipato ad una corsa sponsorizzata dalla Nike e svoltasi in contemporanea in 25 città del mondo.

Sebbene sia difficile quantificare i benefici ottenuti dall’azienda con il sistema Nike+, alcuni analisti sostengono che il sito abbia aumentato la popolarità delle scarpe  da corsa e secondo SportsOneSource  se nel 2006 la Nike aveva il 48% di share di mercato delle scarpe da corsa negli USA, oggi ne copre il 61%, anche grazie a Nike+.

La strategia online della Nike si differenzia dal build-it-and-they-will-come adottato da altre aziende, centrato su un brand o uno specifico prodotto, infatti l’idea alla base di Nike+ era semplicemente un modo di combinare corsa e musica. La svolta si è avuta con la creazione di Sport Kit: un sensore che  sincronizzato con l’iPod (oppure con lo “sportband”), registra la velocità, lo spazio percorso e le calorie bruciate. Collegando l’iPod al sito i dati vengono caricati sul web e possono essere condivisi tra i vari utenti (tutti i runner complessivamente hanno registrato su nikeplus.com 93 milioni di miglia percorsi).

Il successo di Nike+ è stato travolgente, la Nike ha venduto 1,3 milioni di Sport Kit con l’ipod a 29$  e 500.000 Nike+SportBands a 59$. Inoltre la community ha innescato il passaparola,  come significativamente rappresentato dall’esempio Robyn Winters, assistente del manager di un negozio di North Face a Seattle, che nel 2006 ha comprato il kit Nike+ e delle sneakers. Questa utente ringrazia Nike+ e la Nike di averle accresciuto l’entusiasmo per la corsa, infatti nel sito fa parte di un gruppo di 90 corridori che si sfidano e si incitano tra loro a correre più velocemente e più a lungo. Robyn da quando si è iscritta alla community ha partecipato a due corse di 50 km e ad una di 50miglia e si sta allenando per partecipare ad altre due corse da 50 miglia entro la fine dell’anno.  Intanto ha comprato un nuovo paio di scarpe Nike e due zaini.

Forte del successo con le scarpe da corsa, la Nike si prepara a creare una community con i giocatori di basket, infatti, sta testando un’applicazione di Facebook che permette ai giocatori di organizzare partite dal vivo e gestire la squadra online.

Ma anche i concorrenti Nike non stanno a guardare i suoi successi, ma cercano di replicarli: Adidas ad esempio ha intenzione di introdurre un sensore (miCoach) che permetta ai corridori di caricare sul web l’andamento del battito cardiaco e i dati relativi alla corsa usando il telefono cellulare.

Ecco qui il link alla comunità Nike+ italiana.

PiùBlog 2008

Domani inzia PiùBlog all’interno di Più Libri Più Liberi, 7a fiera della piccola e media editoria al Palazzo dei Congressi di Roma Eur.

La manifestazione durerà dal 5 al 8 dicembre 2008, è veramente piena zeppa di eventi, date un occhiò al programma completo per maggiori info.

Domani, Venerdì, 5 dicembre, alle ore 17:00 parteciperò all’incontro “Webgrafie. Leggere il flusso di discorsi in rete“ moderato dall’amico Davide Bennato.

L’incontro sarà “interattivo” e multimediale e toccherà tutti i temi del tracciamento, analisi e visualizzazione delle conversazioni in rete. Io naturalmente porterò la mia esperienza parlando sia di BlogMeter che di Memesphere.

VI aspetto numerosi!

Come usare i social media per parlare con i consumatori

In un periodo di recessione come quello che stiamo attraversando, quando gli investimenti vengono tagliati, i social media hanno la possibilità di dimostrare di essere di essere un modo conveniente di vendere ai consumatori. Tuttavia per farlo è necessario agire con attenzione, perché un tentativo inaccurato di un’azienda di generare buzz online può suscitare violente reazioni negative. Come accaduto ad esempio alla Johnson & Johnson, che con il video pubblicitario del Motrin rivolto alle mamme, ha suscitato molti commenti negativi via twitter, tanto da costringere l’azienda a scusarsi pubblicamente.

Secondo Brian Keeler, vice president della VShift, la credibilità e la partecipazione attiva dei consumatori alle azioni di marketing sono le chiavi vincenti per una strategia di comunicazione sui social media. Ad esempio, per quanto riguarda la credibilità, la Dell ha dedicato un team di 40 persone all’interazione con i consumatori sui blog, forum e social network, ma anche su siti esterni. Come ha spiegato Caroline Dietz, Dell ha iniziato ad occuparsi dei social media lo scorso anno, perchè si è accorta che i clienti online parlano dell’azienda e dei loro prodotti e non hanno potuto lasciarsi sfuggire l’occasione di partecipare alla discussione. Grazie a Twitter, ad esempio, Dell afferma di aver venduto pc per un valore di $500,000 (chissa come avranno fatto a calcolarlo)

Possono esserci altre modalità per interagire con i social media, come quelle di NetApp, che, investendo il 20% del suo budget di PR nei social media, ha invitato i suoi dipendenti a bloggare su siti esterni a proposito dei loro prodotti.

Secondo il blogger Dave Taylor, attualmente, uno dei modi più efficienti per fare pubblicità sui social media consiste nel fornire un nuovo prodotto ad un blogger per una prova: una valutazione negativa può nuocere molto al prodotto, ma il sostegno da parte di un blogger importante può diventare un potente strumento di marketing. Come realizzato ad esempio dalla Seagate Technology, che oltre ad aver aperto account sui maggiori social media, ha sponsorizzato Robert Scoble per ottenere delle recensioni a proposito dei loro prodotti.

Tutti questi esempi mostrano che, sebbene le aziende possano spaventarsi all’idea di entrare attivamente nei social media e perdere il controllo della comunicazione che li riguarda, nell’attuale panorama in cui la comunicazione e l’accesso alle informazioni sono sempre più facili, non ci sono possibilità di evitarlo (trust me!)

Perchè ci s’iscrive a Linkedin?

Oltre 30 milioni di persone usano LinkedIn per vari motivi di lavoro, ma fin a quando questo social network non ha adottato una policy che permettesse ai ricercatori di fare dei sondaggi tra i suoi membri, non si sapeva molto su di loro . Il primo studio demografico e psicografico sugli utenti di LinkedIn è stato appena realizzato dalla Anderson Analytics, in collaborazione con LinkedIn e la società di text-minig SPSS.

I ricercatori, su un campione di 70.000 persone, hanno sottoposto ad 800 di essi un questionario online di 10 minuti, dal qual hanno estratto quattro profili utente:

  • Il 21% degli utenti di LinkedIn sono stati definiti “Exploring Options“: si tratta di circa 6 milioni di utenti che usano il network principalmente per cercare lavoro. Il 70% di loro ha già un lavoro a tempo pieno, ma si guarda intorno alla ricerca di posizioni migliori, infatti la maggior parte delle loro impostazioni riguardano le posizioni di lavoro o la carriera. Hanno il reddito più basso tra gli utenti di LinkendIn e sono terzi per potere d’acquisto. Hanno in media 34 connessioni e solo l’1% gestisce un suo blog. Si tratta del cluster di utenti di LinkedIn nel quale rientrano molti giovani e donne (il 52% dei componenti di questo gruppo). I siti che visitano di più sono quelli di ricerca di lavoro, ma preferiscono CareerBuilder a Monster.
  • Il 28% degli utenti di LinkedIn, circa 8,4 milioni di utenti, sono stati definiti “Senior Executives“, hanno il reddito e il potere d’acquisto più alto tra gli utenti di LinkedIn, con una media di 104.100$ di reddito all’anno e 99.000$ di potere d’acquisto. Questi utenti si sono iscritti al social network per le possibilità di social networking offerte. Si tratta degli utenti più contenti del loro lavoro: sono impiegati full-time e non cercano un altro lavoro. Si tratta del gruppo in cui l’età anagrafica è più alta e ci sono principalmente maschi. I loro siti web preferiti sono quelli di notizie come Fox News, usano poco Gmail o siti di ricerca di lavoro.
  • Inoltre ci sono i “Savvy Networkers“, 9 milioni di utenti che si dedicano completamente dedicati al networking: in media hanno 61 connessioni e sono molto influenti. Il 69% legge i blog e il 9% ne ha uno suo. Questo gruppo è molto vario per quanto riguarda le tipologie di impiego: il 30% ha un lavoro full-time ma ne cerca un altro, il 25% ha un lavoro full-time e non ne cerca un altro, il 19% sono consulenti a tempo pieno, il restante 9% sono consulenti che cercano un altro lavoro. Si posizionano al secondo posto per potere d’acquisto e reddito medio tra i gruppi di Linkedin (rispettivamante 93.484$ di reddito e 88.000$ di potere d’acquisto). Tra i siti web preferiscono Gmail e siti di tech-news, mentre visitano poco CNN e MSNBC.
  • I “Late Adopters“, il 22% degli utenti LinkedIn, sono un gruppo di circa 6,6 milioni dei quali il 52% maschi e il 48% donne,  che si sono iscritti soltanto perché gli amici li hanno invitati. Poco interessati al networking hanno una bassa influenza, con una media di 23 connessioni, infatti, preferiscono aggiungere al loro profilo solo chi conoscono di persona. Si posizionano al terzo posto per reddito (87.810$) e ultimi per potere d’acquisto (in media 76.000$). La CNN è uno dei loro siti preferiti.

Lo studio ha anche analizzato tre caratteristiche ulteriori: la presenza di decision maker tra gli iscritti, la relazione tra reddito e job title e la loro propensione a partecipare ai sondaggi.

  • Decision makers: il 16%  degli intervistati ha affermati di avere la responsabilità del decision making per gli acquisti del proprio dipartimento e un altro 20% di condividere con altri questa responsabilità. Il 13% degli utenti di LinkedIn ha budget di spesa di almeno 50.000$. Questi utenti usano LinkedIn più spesso di chi non è un decision making e in media hanno più connessioni della media degli utenti: tra le 40 e le 50. Il 55% dei decision makiers afferma di essere tra i primi a provare le nuove applicazioni (software, siti, dispositivi digitali), infatti per il 24% questi utenti rientrano nel cluster degli early-adopeters.
  • Titles that make money. Usando tecniche di text mining, lo studio ha analizzato la relazione tra il reddito ed il potere d’acquisto con le parole presenti del job title: la parola più “redditizia” è risultata VP, infatti chi ha inserito nella descrizione del proprio lavoro “VP” risulta avere un reddito medio di  190.000$. Seguono le “parole advertising” che “comportano” guadagni di 185.000$ e “contractor,” con 150.000$. Mentre la parola del title correlata ad un potere d’acquisto più alto è stata “chief officer” che dà un potere d’acquisto medio di 252.262$.
  • Partecipazione ai sondaggi: il 60% degli intervistati ha affermato che probabilmente avrebbe preferito partecipare a sondaggi riguardanti il suo campo di interesse, il 49% ad uno sull’industria in generale, il 48% a proposito dei prodotti che usa, il 39% su Linkedin e il 36% sulla tecnologia. Nel 68% dei casi gli utenti di LinkedIn hanno affermato di non aver mai partecipato ad un panel.

Lo studio, infine, ha concluso che non si può più definire LinkedIn come uno strumento di nicchia in quanto i suoi utenti coprono un ampio range di età, settori, livelli di reddito e di istruzione e che le motivazioni che spingono li ad usarlo sono molto diverse: alcuni cercano lavoro, altri social networking più interessante di quanto si può trovare su Myspace o Facebook, ma c’è anche chi lo usa semplicemente per restare in contatto con i vecchi colleghi.

Noi ci ritroviamo molto in questa segmentazione e crediamo di appartenere al terzo profilo, i “Savvy Networkers”, e voi?

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    Years ago I was running a large software development shop when the "offshoring" movement became all that and a bag of chips. I felt extreme pressure to fire some of my staff in the US and cut a deal with the dozens of outsourcing firms that were calling me daily. I was asked about offshoring so many times that it was clear to me that the pressure w […]
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